Così JD Vance, vicepresidente degli Stati Uniti, ha annunciato nella notte il fallimento dei negoziati di Islamabad. Le delegazioni di Usa e Iran hanno discusso per oltre 20 ore con l'obiettivo di raggiungere un accordo per porre fine alla guerra, attualmente congelata da una tregua.
Una notizia che seppur non è arrivata come un fulmine a ciel sereno (il ministro degli esteri iraniano ha sottolineato che nessuno si aspettava che i colloqui con gli Stati Uniti potessero giungere a un accordo in una sola sessione), sta sollevando nuovi timori e preoccupazioni.
A spaventare è la possibilità di un'escalation dalle conseguenze imprevedibili sul piano della sicurezza, ma a preoccupare nell'immediato è soprattutto la questione energetica con il protrarsi del blocco dello Stretto di Hormuz che avvicina pericolosamente l'Europa e l'Italia al peggioramento della crisi energetica e all'ipotesi di lockdown dei consumi.
Cosa succedere adesso? Cosa bisogna aspettarsi nelle prossime settimane?
Il fallimento del primo round di trattative tra Usa e Iran per un cessate il fuoco definitivo ha riacceso i timori dei governi europei alle prese con la più grave crisi energetica dal secondo dopoguerra ad oggi.
Non è un caso che le trattative tra le due potenze in guerra si siano arenate proprio sul capitolo della riapertura senza condizioni dello Stretto di Hormuz.
Il Paese è strettamente dipendente dalle forniture di petrolio e gas proveniente dall'area del Golfo e secondo quanto riportato nei giorni scorsi da diverse fonti giornalistiche, attualmente le riserve strategiche italiane sarebbero sufficienti solo per un altro mese.
Prima della notizia del cessate il fuoco di due settimane con la speranza della riapertura dei flussi navali nello stretto di Hormuz, si stava valutando - anche se il governo non ha mai confermato in maniera ufficiale - la possibilità di un avviare politiche di riduzione del consumi a partire dal mese di maggio 2026.
Le risposte alle due domande iniziali, quindi, dipendono soprattutto da come si evolverà la situazione nelle prossime ore e nei prossimi giorni. Il presidente americano, Donald Trump, ha annunciato un'operazione militare per riaprire lo Stretto.
Il governo di Teheran non ha comunque chiuso i canali di dialogo, il ministero degli di Teheran, citato dall'agenzia iraniana Tasnim, ha chiarito che "la diplomazia non si ferma mai".
Ma, ogni giorno in più blocco del trasporto delle materie prime energetiche rappresenta un colpo inferto alla stabilità delle economie europee e mondiali.
L'aumento del costo dei carburanti, lo spettro dell'esaurimento delle scorte con la paralisi dei servizi sono scenari che nessun analista esclude e con i quali il governo italiano sta facendo i conti ormai da settimane.

I timori di Palazzo Chigi sono palpabili. Il governo italiano fa parte della coalizione di volenterosi - che comprende 41 Stati - impegnati a favorire la riapertura dello Stretto tra Iran e Oman, attraverso iniziative diplomatiche.
Giovedì 9 aprile, nel corso dell'informativa in Parlamento, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, aveva ribadito che - in caso di una recrudescenza della crisi in Medio Oriente - sarebbe stato necessario porsi seriamente il tema di una risposta europea alla crisi energetica ed economica, che rischia di travolgere le economie nazionali.
Meloni aveva parlato di una risposta europea "come quella messa in campo per la Pandemia" e aveva ribadito la necessità di ragionare sulla sospensione del patto di stabilità.
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha dichiarato che il fallimento del primo round negoziale "preoccupa" e ha lanciato l'appello del governo affinché si possa riprendere "un'altra tornata per cercare di sbloccare la situazione, continuare con il cessate il fuoco e liberare Hormuz, quello è il nodo fondamentale anche per la nostra economia".
Ha detto il vicepremier che ha poi ribadito:
Anche il Ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha espresso preoccupazione.
Ha dichiarato Urso che poi ha chiamato in causa l'Ue:
"Se dovesse perdurare il blocco o anche se si dovesse estendere a un blocco navale dell’intera area le conseguenze per l’economia mondiale e certamente per l’economia europea e italiana potrebbero essere piu’ gravi del previsto e potrebbero portare a una recessione nel nostro continente."
Ha detto il ministro di FdI che ah aggiunto:
E' evidente ormai da tempo che la crisi iraniana non è solo una crisi di guerra, ma una crisi di sicurezza energetica che può tradursi in rincari, razionamenti selettivi e rallentamento economico.
L’ipotesi più seria non è un collasso immediato, ma una sequenza di effetti: prima mercati in tensione, poi rincari, quindi misure di emergenza se il blocco dovesse durare.
I tre rischi da monitorare sono: un nuovo shock sui prezzi dell’energia, una stretta sulle catene di approvvigionamento e un rallentamento della crescita economica globale.
Se la tensione continuasse a salire, la conseguenza politica sarebbe una maggiore pressione sui governi europei per attivare sussidi, riserve strategiche e misure di contenimento dei consumi.
Per l’Italia l’effetto più immediato sarebbe un peggioramento dei costi energetici e dei prezzi al consumo, con ricadute su industria, logistica e potere d’acquisto.
Tra gli scenari che preoccupano maggiormente anche un possibile ritorno dell’ipotesi di razionamento o di misure straordinarie sui consumi, proprio perché il Paese è esposto alle importazioni dall’area del Golfo.