La riapertura dello Stretto di Hormuz grazie alla tregua di due settimane del conflitto in Iran ha scongiurato – almeno per il momento – il lockdown energetico nel nostro Paese.
Il sollievo di Palazzo Chigi è palpabile, tanto quanto fino a ieri sera era palpabile la preoccupazione per le conseguenze del protrarsi della crisi iraniana sulle scorte di materie prime energetiche nazionali.
Ieri sera, in una nota ufficiale, il governo condannava con fermezza le azioni destabilizzanti dell’Iran: dagli attacchi missilistici nel Golfo alla repressione interna, fino alla minaccia alla libertà di navigazione nello Stretto, arteria vitale per l’economia globale.
Poi nella notte è arrivata la notizia della tregua e questa mattina le prime navi hanno attraversato il canale tra Iran e Oman rimasto chiuso per un mese a seguito dell’inizio del conflitto nel Golfo Persico. Una boccata d’ossigeno per l’Italia, come ha dichiarato il vicepremier Antonio Tajani, che però non cambia la situazione del Paese.
L’Italia si è scoperta più fragile di quanto immaginasse, l’estrema vulnerabilità dal punto di vista energetico rappresenta un rischio per la sicurezza nazionale con cui, Stretto di Hormuz a parte, il governo attuale e quelli successivi sanno di dover fare i conti in tempi brevi.
Le scorte nazionali residue sarebbero state sufficienti appena per un altro mese. La tregua nel Golfo Persico, con la riapertura dello Stretto di Hormuz per due settimane, ha scongiurato l’ipotesi più estrema.
L’esecutivo, insieme al ministero dell’Ambiente, valuta misure emergenziali: rafforzamento dello smart working, razionamento dei carburanti, stretta sull’uso dei condizionatori e targhe alterne per ridurre la circolazione automobilistica.
La ripresa della navigazione nello Stretto di Hormuz ha scongiurato il lockdown energetico ma non è una risposta alla vulnerabilità del Paese, fortemente dipendente dalle importazioni estere per il fabbisogno interno di materie prime energetiche.
Una debolezza strutturale evidente ed evidenziata anche dal leader di Noi Moderati, Maurizio Lupi:
In caso di nuovo blocco dei rifornimenti, l'Italia si ritroverebbe nuovamente alle prese con la crisi.
Secondo i dati più recenti al 2026, circa il 74,8% dell'energia totale consumata è importata, una quota superiore alla media UE del 58,3% e in lieve calo dal 77,5% del 2019. Per l'elettricità, la produzione nazionale copre l'84,9% del fabbisogno con import netti al 15,1%, mentre le rinnovabili soddisfano il 41% della domanda.
L'Italia importa principalmente gas (con Qatar al 10% del totale), petrolio e GNL, esponendosi a shock come l'attacco a Ras Laffan in Qatar e la guerra in Iran.
Le recenti vicende legate alla crisi mediorientale hanno riaperto il dibattito interno sulla necessità di pensare a fonti energetiche alternative. La discussione verte principalmente sul ritorno al nucleare e sulla necessità di investire nelle rinnovabili.
Lo Stretto di Hormuz è controllato dall’Iran e dall’Oman. Rappresenta il 20% del commercio mondiale e soprattutto è uno snodo cruciale per il trasporto delle materie prime energetiche dal Golfo Persico al resto del mondo.
La sua riapertura – dopo quasi cinque settimane di blocco per lo più totale – è tra i 10 punti del piano della tregua tra Iran e Stati Uniti.
L’Iran ha rivendicato un ruolo di gestione del braccio di mare, con la definizione di regole che potrebbe prevedere anche l’introduzione di tariffe da parte di Teheran. Nel suo post, il presidente statunitense, Donald Trump, ha parlato di apertura "completa, immediata e sicura" dello Stretto senza spingersi oltre.