06 Jan, 2026 - 15:27

Trump, il Venezuela e la guerra che “non c’è”: la narrativa di sicurezza degli USA

Trump, il Venezuela e la guerra che “non c’è”: la narrativa di sicurezza degli USA

La cattura di Nicolas Maduro da parte delle forze speciali statunitensi ha aperto una fase nuova nei rapporti tra Washington e Caracas. In un’intervista a NBC News, il presidente americano, Donald Trump, ha delineato la sua strategia per il futuro del Venezuela, escludendo elezioni a breve termine, ventilando un massiccio intervento sulle infrastrutture petrolifere e ribadendo che gli Stati Uniti non sono “in guerra” con il paese sudamericano.  Le sue parole mettono in luce una dottrina che cerca di tenere insieme sicurezza, interessi energetici e consenso interno.

Trump, niente elezioni immediate in Venezuela: “Prima dobbiamo curare il paese”

Donald Trump ha chiarito, in un'intervista a NBC News, che nei prossimi 30 giorni non ci saranno elezioni in Venezuela. Due giorni dopo la cattura di Nicolas Maduro e la sua prima udienza in un tribunale di New York, il presidente americano ha spiegato perché esclude un voto a breve nel pease sudamericano.

Rispondendo sulla possibilità di elezioni già il mese prossimo, ha affermato:

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Dobbiamo prima sistemare il paese. Non si possono tenere elezioni. Non c’è modo che la gente possa votare. No, ci vorrà del tempo. Dobbiamo... dobbiamo curare il Paese e riportarlo in salute.

La transizione istituzionale in Venezuela è già in corso. Mentre Maduro si dichiara ancora legittimo leader, la vicepresidente Delcy Rodriguez ha giurato come sua successore. Trump sostiene che Rodriguez stia collaborando con i funzionari statunitensi, pur negando contatti preventivi con Washington prima della rimozione di Maduro. Ha però ammesso che, all’interno dell’élite venezuelana, esistevano settori disposti a “fare un accordo” per rimuovere l’ex presidente, accordo che l’amministrazione ha deciso di non sottoscrivere, scegliendo invece l’azione militare diretta.

Sulle future relazioni con Rodriguez, Trump rimanda la decisione sul mantenimento o la revoca delle sanzioni contro di lei.

Petrolio e ricostruzione: l’opzione delle compagnie energetiche

Accanto al dossier politico e di sicurezza, la dimensione economica è centrale nella visione di Trump per il Venezuela. La nazione sudamericana ha visto crollare produzione e infrastrutture nel corso degli anni, e la Casa Bianca punta proprio su questo fronte per la ricostruzione e l’influenza americana.

Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti potrebbero sovvenzionare il lavoro delle compagnie petrolifere impegnate a ricostruire il settore energetico, ipotizzando tempi relativamente rapidi. Secondo il president americano l’operazione potrebbe richiedere meno di 18 mesi.

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Penso che potremmo farlo in meno tempo, ma saranno molti soldi”, ha spiegato. “Bisognerà spendere un’enorme quantità di denaro, e le compagnie petrolifere lo faranno, per poi essere rimborsate da noi o attraverso le entrate.

Si tratta però di un approccio che, inevitabilmente, alimenta il dibattito interno e internazionale sui confini tra ricostruzione, influenza economica e controllo delle risorse.

“Non siamo in guerra con il Venezuela”: la narrativa della sicurezza

Sul piano politico e comunicativo, Trump ha insistito su un punto: negare che gli Stati Uniti siano in guerra con il Venezuela. Ha lasciato però aperta la porta ad una “seconda incursione” se la collaborazione con Rodríguez dovesse venir meno.

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No, non lo siamo. Siamo in guerra con chi spaccia droga. Siamo in guerra con chi svuota le sue prigioni nel nostro Paese, i suoi tossicodipendenti e i suoi manicomi nel nostro paese.

Trump ha inoltre rivelato che Washington era pronta, e in parte “aveva previsto”, la possibilità di una seconda operazione militare. 

Sul fronte interno, il presidente americano ha rivendicato il sostegno della propria base, nonostante l’apparente contraddizione con lo slogan “America First” e la promessa di porre fine alle guerre.

“MAGA lo adora. MAGA ama quello che faccio. MAGA ama tutto quello che faccio. MAGA sono io. MAGA ama tutto quello che faccio, e anch’io amo tutto quello che faccio”, ha affermato Trump.

Resta però aperto lo scontro con i critici di entrambi i partiti, che contestano la mancata richiesta di una nuova autorizzazione al Congresso per il raid e temono un impegno a lungo termine.

Trump sostiene di avere “un buon sostegno al Congresso” e afferma che il Parlamento “sapeva cosa stavamo facendo fin dall’inizio”, pur rifiutando di entrare nei dettagli su quali legislatori fossero stati informati e in che modo.

Un intervento che ridefinisce i confini tra guerra, sicurezza e politica interna

L’intervista a NBC News mostra un presidente determinato ad assumere il controllo diretto del dossier venezuelano. Trump ha elencato una squadra di alti funzionari, dal segretario di Stato Rubio al segretario alla Difesa, Pete Hegseth, fino al consigliere Stephen Miller e al vicepresidente, JD Vance, ma ha chiarito che, in ultima istanza, la catena di comando si ferma a lui. Alla domanda su chi sia davvero al comando, ha risposto senza esitazioni: “Io”.

La strategia che emerge è ibrida: intervento militare mirato, forte pressione giudiziaria contro Maduro, gestione politica di una transizione complessa e ricostruzione delle infrastrutture petrolifere venezuelane.  

Il futuro del Venezuela, nelle parole di Trump, passa da un processo di “cura” del paese prima di qualsiasi ritorno alle urne. 

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