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Maradona: Diego e noi, un anno dopo

Diego Armando Maradona moriva un anno fa. Alle cinque della sera. Come i toreri. Come nelle corride. Quando la vita e la morte danzano a braccetto e tutto è estasi, abbandono, e non ci sono parole che vengono in tuo soccorso.

Vite di Maradona

Cosa è stato allora Diego Armando Maradona? A cosa abbiamo assistito, quale il significato al fondo del suo viaggio. Ognuno ha il suo Diego. Per chi l’ha visto e per chi non c’era. Per dirla con le parole Roberto Fontanarrosa, “Non mi importa di cosa Diego ha fatto della sua vita, mi importa di quello che ha fatto della mia”. Per questo non può esserci alcuna esegesi maradoniana che possa prescindere da ciò che el diez ha lasciato in ognuno di noi.

Per quelli della mia generazione, quelli che avevano 6 o 7 anni quando lui si dribblò mezza Inghilterra, Maradona resta un rimpianto. Il calcio era ancora una giostra di colori e di abbracci. Senso e significato sarebbero arrivati poi. Coscienti e maturi abbiamo assistito alla parabola di Ronaldo (quello vero) e di tutti quelli venuti dopo di lui. Troppo poco? Abbiam preso il meglio? Chissà. Resta che le gesta del Maradona di quegli anni appaiono oggi scolorite nella memoria. Eppure vive. Non c’è tempo, critica o dubbio che le abbia intaccate.

E’ un’altra la parabola maradoniana a cui abbiamo assistito ad occhi aperti. Quella che lo vedeva presenziare da un palco a fianco dei leader politici di mezzo mondo; Diego e Evo Morales, Diego e Fidel, Diego che insulta Bush da una piazza di chissà quale sud del mondo. E ancora: Diego su un carrarmato, Diego impomatato e felice sulla tv argentina a ballare con Raffaella Carrà; Diego di grigio vestito, rosario in mano, alla guida della sua Argentina; Diego appesa a un filo tra ospedali, crisi e obesità.

Oltre la morte c’è solo il mito

Facile cadere nella tentazione del giudizio, affidarsi al bene e al male, al giusto e allo sbagliato, morale ed esempio: categorie ad uso dei mortali e dell’ordinario. Ma nelle folle oceaniche che si riversavano fuori dagli ospedali dove Maradona era ricoverato, nell’accoglienza trionfale e di fuochi d’artificio riservata alla sua albiceleste schiantata dalla Germania al Mondiale, nello share che sempre s’impennava ogni qual volta il Diego riappariva negli schermi, c’era inscritto un qualcosa che andava ben oltre le circostanze, i risultati, l’ovvio e il vero.

La conferma, semmai ve ne fosse stato bisogno, la si è avuta proprio nel momento della sua dipartita. Ancora folle, colori, giostre, lacrime, musica, albe, processioni, abbracci. E con loro la domanda di sempre, stavolta impossibile da ignorare e che pretende ascolto: a cosa abbiamo assistito, cosa è stato Diego Armando Maradona?

In una parola: mito. Non solo “perché il suo nome e il suo viso sono immediatamente impressi nella memoria” come ricorda Mario Vargas Llosa, ma perché nelle sue gesta, nelle parole di chi le racconta o di chi le ha viste, non si distingue più il vero dal falso, l’oralità ha preso il sopravvento, e con lei la sospensione della credulità. Noi crediamo a Diego Armando Maradona e continuiamo ad alimentarne la narrazione arricchendola di dettagli, di sfumature e di sensibilità sempre nuove e sempre cangianti come il tempo e come le età.

Si dice che durante gli allenamenti facesse cose ancor più mirabili di quelle fatte in campo; che di notte si aggirasse per Napoli in cerca di panini, vestiti e un po’ di vento; che era in grado di apparire quando meno te lo aspettavi: una festa, una causa benefica, un amico da celebrare di là dell’oceano. Nessuno ha mai dubitato, nessuno ha chiesto prove o conferme. E noi, noi della mia generazione che Maradona abbiamo dovuto inventarlo ogni giorno, non abbiamo alcuna voglia di scrostare la soffice nube che ancora avvolge e sempre ormai avvolgerà il suo nome, la sua opera, la sua eredità.

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