Salvo rinvii dell'ultimo momento, martedì 7 luglio, la Camera inizierà le votazioni sulla riforma della nuova legge elettorale scritta dalla maggioranza di centrodestra. Riforma che, con ogni probabilità, sarà quella con cui si andrà a votare alle prossime elezioni politiche.
Il testo del “Bignami bis” ha riportato al centro dello scontro politico il tema delle preferenze, che sta dividendo trasversalmente i due poli.
La nuova legge non prevede il ritorno delle preferenze, in linea con la tendenza prevalente delle riforme elettorali degli ultimi vent'anni che vede un aumento del peso dei partiti nella scelta dei candidati, a discapito della possibilità degli elettori di scegliere direttamente a chi dare il proprio voto.
I sostenitori delle riforme hanno sempre giustificato queste scelte con l'esigenza di garantire maggiore governabilità e ridurre la frammentazione.
Ecco come è cambiato il voto negli ultimi vent'anni e proviamo a capire se davvero la nuova legge elettorale rischia di sottrarre un altro pezzetto di potere ai cittadini che vanno a votare.
Negli ultimi due decenni si sono susseguite diverse leggi elettorali, tutte con lo scopo di migliorare il sistema politico e consentire l'elezione di governi più stabili e duraturi.
Per capire come questi cambiamenti abbiano influito sul processo di selezione della classe dirigente e sul rapporto tra eletto e elettore, vale la pena ripercorrere le principali riforme elettorali succedutesi nel corso di questi anni.
Nel 2005 si votava con il Mattarellum, un sistema misto dove gli elettori sceglievano il partito, e nei collegi uninominali, anche il candidato.
La svolta arrivò nel 2006, con l'approvazione del Porcellum (2006-2013), che introdusse le famose “liste bloccate”. Non si potevano più esprimere delle preferenze, ma solo votare il simbolo del partito e i seggi venivano assegnati in base all'ordine deciso nelle liste.
Nel 2014 la Corte Costituzionale dichiarò illegittime due parti fondamentali del Porcellum: il premio di maggioranza senza soglia e le liste completamente bloccate.
Nel 2015 arrivò l’Italicum, che provò a reintrodurre in parte la scelta degli elettori con capilista bloccati e la possibilità di esprimere preferenze per gli altri candidati. La riforma però non entrò mai in vigore, perché superata dopo il referendum costituzionale del 2016.
Nel 2017 è stato infine approvato il Rosatellum, il sistema attuale. Una parte dei parlamentari (circa due terzi del Parlamento) viene eletta nella quota proporzionale da liste bloccate, e un'altra nei collegi uninominali, dove si vota direttamente il candidato.
Il risultato è un sistema in cui il potere di scelta degli elettori aumenta rispetto al Porcellum, ma resta comunque parziale.
Lo Stabilicum - attualmente in discussione alla Camera - se approvato senza modifiche e senza il ritorno delle preferenze, restringerà ulteriormente la capacità di scelta degli elettori, poiché prevede l'eliminazione dei collegi uninominali, l'unico momento in cui il voto è rivolto direttamente a una persona.
I sostenitori della riforma spiegano che i collegi uninominali producono effetti distorsivi nella rappresentanza e favoriscono coalizioni costruite solo per vincere nei collegi. Da qui la scelta di un sistema più proporzionale, ritenuto più fedele ai voti espressi dagli elettori.
Un tempo gli elettori potevano scegliere le persone da mandare in Parlamento, oggi la selezione dei rappresentati avviene nella fase di compilazione delle liste, e nella maggior parte dei casi l'elettore può scegliere solo il partito.
Dal Porcellum al Rosatellum, fino alla riforma oggi in discussione, l'ago della bilancia del potere decisionale si è spostato sempre più verso i partiti. Le liste bloccate, l'assenza delle preferenze e, ora, la prevista eliminazione dei collegi uninominali spostano la selezione della classe dirigente nelle segreterie.
C'è infine, un ultimo dato politico da evidenziare: in vent'anni nessuna maggioranza ha fatto del ritorno delle preferenze una priorità. Al contrario, quasi tutte le riforme sono state motivate con l'esigenza di garantire governi più stabili, limitare la frammentazione e ridurre il rischio di fenomeni clientelari.
La conseguenza è che, nel tempo, gli elettori hanno perso una parte del loro potere di scegliere non tanto chi governa, quanto chi li rappresenta in Parlamento.