Il centrosinistra, storicamente, ha due tabù da affrontare: le foto di gruppo, come si è visto negli ultimi giorni. E le barche.
La passione per la vela ha accomunato Berlinguer e D'Alema.


Ma se al "sardomuto" è stata perdonata, per quest'ultimo segnò l'inizio della fine perché, per i puri e duri del suo tempo, non si potevano difendere le istanze dei lavoratori se ci si abbandonava a un hobby tanto costoso: roba da ricchi, insomma.
Tant'è che qualche anno dopo, Rifondazione, nel suo manifesto a favore della patrimoniale al grido "anche i ricchi piangano", focalizzò l'attenzione grafica proprio su un mega yacht. Che non è lo stesso di una barca a vela, ma insomma: a buon intenditor...

E quindi: chi naviga per questi mari, sa che pesci va a prendere.
Così, ancora oggi, non meraviglia più di tanto che la presidente di "Più libri, più liberi", Annamaria Malato, sia finita al centro di una polemica montata da un giornale di destra come Libero proprio per un natante.
Alla manager della fiera dei libri stampati dalle piccole e medie case editrici si imputa il fatto di aver avuto un marito con una barca. E che barca! Quella di Hitler.
Il "link" del giornale di Sallusti, quindi, è scattato immediato: ma come, proprio la numero uno della fiera libraria che pretende un patentino (copyright Giorgia Meloni) antifascista dalle case editrici per partecipare alla kermesse della Nuvola di Fuksas, si fa beccare con un ex non solo con la passione per le barche (roba di destri), ma addirittura per la barca di Hitler?!
Il malcapitato è l'ex senatore del Partito Democratico Raffaele Ranucci.
Insomma: ce n'è abbastanza da citofonare a Fedez e J-Ax e invitarli a una nuova edizione di "comunisti col rolex": "Comunisti con la barca di Hitler".
Ma tra tante, come è capitata proprio la barca del Fuhrer in mano a un ex parlamentare dem?
Libero ha ricostruito la storia così: nel 1939, la marina di guerra tedesca decise di costruire un natante per partecipare all'America's Cup. La barca fu voluta proprio da Adolf Hitler e fu battezzata "Skagerrak" in ricordo del luogo di una battaglia navale della Grande Guerra che vide i tedeschi sconfiggere gli inglesi.
La barca sopravvisse alla Seconda guerra mondiale. E fu acquistata prima da un comandante della Raf. E poi dal padre di Ranucci.
Per eredità è passata ai figli Raffaele e Georgette. Tant'è che proprio quest'ultima, come ha ricordato sempre Libero, una quindicina di anni fa, ebbe modo di avvisare i naviganti:
Il giornale di Alessandro Sallusti, per non farsi mancare nulla dal mondo radical chic, ha scovato anche un video del 2019 con Raffaele Ranucci e Antonello Venditti che, mentre navigavano alle Eolie, parlavano della storia della barca.
E comunque: già nel 2012, L'Espresso, mitico settimanale della sinistra woke, bacchettava Ranucci come "il progressista con la barca di Hitler".
Ma cosa si sa di Raffaele Ranucci? In primis, che è nato a Roma il 24 settembre 1957 e che, oltre a essere un imprenditore, è stato, con la benedizione di Walter Veltroni, due volte senatore del Pd: nella XVI Legislatura, dal 29 aprile 2008 al 14 marzo 2013, e nella XVII: dall'8 marzo 2013 al 22 marzo 2018.
Ma la carriera politica di Ranucci l'ha portato anche in Regione Lazio: tra il 2005 e il 2007, è stato assessore regionale allo Sviluppo Economico con Piero Marrazzo Governatore.
E prima ancora al Campidoglio, dove era stato assessore comunale al turismo durante l'amministrazione Veltroni.
Dal punto di vista professionale, Ranucci è un imprenditore nel settore edilizio-alberghiero.
"Romano e romanista", è stato vicepresidente del club giallorosso e ha sostenuto di avere avuto un ruolo nell'acquisto del giovane Totti.
Nel 2011, risultò tra i sei senatori più ricchi della Repubblica, con 775 mila euro in dichiarazione dei redditi.
In ogni caso: oggi, tutto si riduce a quel due alberi di 28 metri costruito in Germania nel 1939. E alla sua ex moglie, presidente di "Più libri, più liberi", che vuole far sottoscrivere una dichiarazione di antifascismo alle case editrici che vi partecipano:
è stata la "strambata" dell'autore dell'articolo di Libero, Lorenzo Cafarchio. Tanto per ricordare che, davanti alla sinistra, si ripresenta un vecchio tabù.