La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione per limitare i poteri di guerra del presidente Donald Trump sull'Iran. Il voto, arrivato dopo diversi tentativi e con un sostegno trasversale, riapre il dibattito sul ruolo del Congresso nel controllo delle operazioni militari all’estero.
La Camera dei Rappresentanti ha votato, il 3 giugno 2026, per limitare i poteri di guerra del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, contro l’Iran.
Il sì della Camera alla risoluzione presentata dai democratici è arrivato al quarto tentativo. Un piccolo gruppo di quattro deputati repubblicani si è unito ai democratici per approvare la risoluzione sui poteri di guerra. I deputati repubblicani che si sono discostati dalla linea del partito erano Thomas Massie del Kentucky, Brian Fitzpatrick della Pennsylvania, Warren Davidson dell’Ohio e Tom Barrett del Michigan.
In totale, 215 deputati statunitensi hanno votato a favore della risoluzione contro 208 contrari.
La votazione mira a porre fine alla guerra iniziata lo scorso 28 febbraio e ha superato i 90 giorni.
La votazione del 3 giugno si è svolta circa due settimane dopo che i repubblicani della Camera avevano annullato la votazione prevista per il 21 maggio.
Il voto invia la risoluzione al Senato.
La votazione è un chiaro segnale al presidente americano, dato che indica che anche all’interno del partito di Trump non c’è un pieno sostegno al proseguimento della guerra. Da ricordare che i repubblicani mantengono la maggioranza sia al Senato che alla Camera e quindi la votazione del 3 giugno, anche se rappresenta uno spostamento di voti di un numero ristretto di parlamentari, rappresenta una delle più grandi sconfitte legislative dell’agenda di Trump in questo secondo mandato.
Secondo quanto riportato dai media statunitensi, il presidente della Camera dei Rappresentanti, Mike Johnson, aveva cercato di impedire che si verificasse un risultato che avrebbe indicato pubblicamente un aumento dell’opposizione alla guerra.
Durante la campagna elettorale del 2024, Trump aveva promesso di ridurre l’impegno degli Stati Uniti nelle guerre e nel coinvolgimento all’estero e di concentrarsi maggiormente sui problemi interni del paese.
Il messaggio dei repubblicani sembra intendere concedere ancora meno tempo al presidente per trovare una via d’uscita dal conflitto contro l’Iran, che ha sconvolto gli equilibri nazionali e internazionali.
La Risoluzione sui poteri di guerra del 1973 è una legge che serve a limitare e controllare il potere del presidente degli Stati Uniti di iniziare o continuare guerre senza l’approvazione del Congresso.
È stata creata dopo la guerra del Vietnam per evitare che un presidente potesse impegnare il paese in un conflitto lungo senza controllo parlamentare.
Il presidente può inviare forze armate in guerra o in operazioni militari solo in casi specifici e non può mantenere le truppe in combattimento per più di 60 giorni (più 30 giorni per il ritiro) senza autorizzazione del Congresso. Il Congresso può anche ordinare il ritiro delle truppe tramite una risoluzione.
Secondo la Risoluzione sui poteri di guerra del 1973, il presidente degli Stati Uniti dovrebbe interrompere le operazioni militari entro 60 giorni se il Congresso non le autorizza ufficialmente.
La Casa Bianca, però, contesta questa interpretazione, sostenendo che esista un cessate il fuoco in vigore dall’8 aprile. Secondo questa posizione, quindi, la situazione non rientrerebbe nei casi in cui scatta automaticamente il limite dei 60 giorni. Alcuni osservatori, invece, contestano questa lettura, perché gli scontri continuano e non c’è un vero accordo di pace definitivo.
Si prevede che, nel caso in cui il Congresso cerchi di fermare un’operazione militare, il presidente possa opporsi con il veto.
Nel caso specifico, si parla invece di una risoluzione congiunta, che non richiede la firma del presidente e non può essere bloccata da un veto ma ha soprattutto valore politico e non sempre produce effetti vincolanti.