La Corte Costituzionale aspetta dal 2019 che il legislatore italiano intervenga sul tema del fine vita ma, a quanto pare, dovrà aspettare ancora poiché ieri - mercoledì 3 giugno - il Senato ha rispedito in Commissione Giustizia e Sanità il Ddl Bazoli, l’unico testo sulla morte volontaria medicalmente assistita che il Parlamento sia riuscito a produrre fino ad oggi.
Il testo, approvato alla Camera nel corso della passata legislatura, è approdato ieri a Palazzo Madama ma il dibattito non è mai realmente partito: con 88 sì, 59 no e nessun astenuto l'Aula del Senato ha accolto la richiesta della maggioranza di rinvio in commissione del testo.
Tutto da rifare quindi con il rischio – che per il centrosinistra – è una certezza che la legge non venga approvata neanche nell’attuale legislatura.
Ci sono voluti quattro anni, quasi 90 audizioni, la presentazione di 5 Ddl (4 opposizione e uno della maggioranza) prima che il Ddl Bazoli - dal nome del primo firmatario della legge, il senatore del Pd Alfredo Bazoli - arrivasse nell’aula del Senato per l’approvazione definitiva.
Il primo via libera, quello della Camera, era arrivato con il precedente governo nel 2022. Da allora il testo è rimasto impantanato in Senato dove – dopo il rinvio di ieri – potrebbe restatre ancora per diverso tempo. La maggioranza vuole approfondire alcuni aspetti e riaprire la discussione sul testo alternativo presentato dai senatori Zanettin (FI) e Zullo (FdI).
Il tempo della legislatura tuttavia è agli sgoccioli e il timore è che non sia sufficiente per completare l’iter di approvazione della legge. Un timore che per il centrosinistra è più un sospetto e una certezza: il rinvio sarebbe il tentativo riuscito di seppellire definitivamente la legge.
Ha accusato il padre del decreto, Bazoli.
A cui ha replicato la capogruppo di Forza Italia a Palazzo Madama, Stefania Craxi, che ha assicurato l’impegno del suo partito per riportare il testo in Aula prima dell’estate.
Ha detto Craxi, sottolineando un fatto evidente: non essendo condiviso il testo non sarebbe stato comunque approvato.
Il risultato comunque non cambia, la legge sul fine vita è nuovamente in una situazione di stallo, un blocco che è politico, prima ancora che procedurale.
Il testo torna ora in commissione, dove gli emendamenti di Forza Italia prometteranno di tentare una mediazione, ma il Pd lo considera "l'ennesima rinuncia" e "abdicazione del ruolo di parlamentari" dopo 8 anni di attesa della Consulta.
Con la sentenza n. 242 del 2019 la Corte Costituzionale ha depenalizzato il suicidio assistito volontario che si differenzia dall’eutanasia perché prevede che il paziente si autosomministri il farmaco.
La Consulta ha chiesto al Paramento italiano di fare una legge – sulla scorta di quanto stabilito dalla sua sentenza – per stabilire le regole e le modalità precise dell'accesso alla morte volontaria medicalmente assistita.
A distanza di sette anni, tuttavia, il Parlamento italiano non è ancora stato in grado di legiferare in materia, nonostante un ulteriore richiamo - sempre della Consulta - arrivato nel 2024.
Il rinvio rappresenta un tentativo di arrivare a un testo più equilibrato e condiviso oppure è soltanto un modo per rimandare ancora una decisione scomoda, lasciandone l’onere a chi verrà dopo? Dopo quattro anni di stallo nelle commissioni del Senato, il disegno di legge sul fine vita ha incassato ieri un nuovo stop con l’ennesimo rinvio.
La richiesta è arrivata dalla maggioranza di centrodestra, che ha sollevato diverse obiezioni nei confronti del testo elaborato dalle opposizioni e sostenuto da tutte le forze del centrosinistra, approdato in Aula per la discussione.
Le divergenze riguardano soprattutto il ruolo del Servizio Sanitario Nazionale. Il testo sostenuto dalle opposizioni, il cosiddetto Ddl Bazoli, prevede infatti un coinvolgimento pieno del SSN nelle procedure di suicidio medicalmente assistito. La maggioranza, invece, ritiene che lo Stato non debba essere obbligato a garantire direttamente tali prestazioni e chiede maggiori tutele per l’obiezione di coscienza del personale sanitario.
Un secondo punto di scontro riguarda i requisiti di accesso. La proposta alternativa della maggioranza (Zanettin-Zullo) prevede criteri più restrittivi per i pazienti che possono richiedere il suicidio assistito.
Alla base di questa impostazione vi è il richiamo alla giurisprudenza della Corte costituzionale, secondo cui il paziente deve essere in grado di autosomministrarsi il farmaco: quando è necessario un intervento diretto del medico, si rischierebbe infatti di sconfinare nell’eutanasia.
Le opposizioni contestano questa lettura, sostenendo che potrebbe creare disparità tra i malati e favorire una sorta di privatizzazione del percorso di accesso al suicidio assistito.
Alle differenze di merito si sommano però anche considerazioni più strettamente politiche. Sul tema del fine vita il centrodestra non esprime una posizione del tutto compatta e il rinvio in Commissione può essere interpretato anche come una scelta tattica: evitare che il testo sostenuto dalle opposizioni venga votato in Aula in un momento in cui eventuali divisioni o defezioni all’interno della maggioranza potrebbero risultare decisive.