C’è qualcosa di insolito nel vedere "King Marracash" ancora in cima al box office italiano proprio nel suo ultimo giorno di programmazione. Mercoledì 27 maggio il film dedicato a Marracash ha mantenuto il primo posto con 368mila euro, arrivando a 927mila, davanti a titoli molto più "industriali" e rumorosi come "Obsession" e "Star Wars - The Mandalorian and Grogu".
Un risultato che va oltre il semplice exploit commerciale di un documentario musicale e che racconta qualcosa di più interessante: il rapporto sempre più forte tra pubblico, star e cultura pop contemporanea.
Perché "King Marracash" non è stato percepito soltanto come un film-evento. Per molti spettatori è sembrato piuttosto il capitolo finale di un percorso artistico e personale che Marracash porta avanti ormai da anni, soprattutto da "Persona" in poi.
Il documentario alterna backstage, riflessioni intime e immagini monumentali dei live, costruendo continuamente un contrasto tra Fabio Bartolo Rizzo e il personaggio pubblico Marracash.
Ed è probabilmente proprio questa tensione tra fragilità e mitizzazione a spiegare il successo del film molto più dei numeri stessi.
I dati raccontano un fenomeno abbastanza raro per il cinema italiano recente. "King Marracash" non solo ha aperto bene, ma ha mostrato una tenuta insolita per un titolo musicale, arrivando a 927mila euro complessivi dal 25 maggio e chiudendo la sua ultima giornata di programmazione, ieri 27 maggio, con altri 368mila euro.
Ancora più significativo è il confronto con i film che occupano il resto della top ten: "Obsession", uno dei titoli più discussi del momento, si ferma al quinto posto - sorpassato da "Backrooms" con 259mila euro, mentre "The Mandalorian and Grogu" incassa 1060mila euro nonostante il peso di un marchio globale come "Star Wars".
La sensazione è che il pubblico non abbia vissuto "King Marracash" come un semplice documentario celebrativo, ma come un’esperienza collettiva e identitaria. In un panorama dominato da franchise e sequel, il film riesce a offrire qualcosa di diverso: non l’evasione spettacolare, ma il senso di riconoscimento.
Marracash da anni ha trasformato la propria musica in un racconto continuo di crisi personali, fragilità emotive, depressione, narcisismo e difficoltà relazionali. Il documentario porta tutto questo sul grande schermo senza rinunciare però alla dimensione epica del live e della costruzione del mito.
È anche questo il paradosso più interessante del film. Da una parte "King Marracash" insiste continuamente sulla figura del "King", con un’estetica gigantesca fatta di stadi pieni, luci monumentali e immagini quasi sacrali.
Dall’altra prova a mostrare il peso psicologico che quella figura comporta. E probabilmente il pubblico ha risposto proprio a questa ambiguità: vedere un artista che continua a costruire il proprio mito mentre prova contemporaneamente a smontarlo davanti agli spettatori.
Il cuore di "King Marracash" non è il tour negli stadi, né il successo commerciale raggiunto negli ultimi anni. È il conflitto continuo tra Fabio Bartolo Rizzo e Marracash, tra la persona privata e il personaggio pubblico costruito nel tempo.
Il documentario di Pippo Mezzapesa ("Avetrana - Qui non è Hollywood", "La Legge di Lidia Poët") lavora quasi interamente su questa frattura, alternando le immagini monumentali dei concerti ai momenti più intimi e vulnerabili della vita del rapper.
Da una parte c’è la star: gli stadi pieni, Elodie, il Block Party alla Barona, l’idolatria del pubblico, il rapper che ha trasformato il proprio nome in uno dei simboli più forti della musica italiana contemporanea.
Dall’altra c’è Fabio, che nel film appare spesso inquieto, fragile, quasi schiacciato dal peso della figura che lui stesso ha costruito.
Non è un caso che "King Marracash" insista continuamente su quello che accade "fuori", oltre il palco, sui momenti di tensione prima di esibirsi o sulle riflessioni legate alla depressione, all’insonnia e alla paura di restare solo con i propri pensieri.
Marracash racconta apertamente il rapporto tossico con il sonno, la dipendenza dai sonniferi, la necessità di tenere continuamente la mente occupata.
Più che il racconto di una consacrazione artistica, il film sembra allora il ritratto di un uomo che ha ottenuto tutto ciò che desiderava senza riuscire davvero a trovare pace.
Ed è qui che il documentario si allontana dalla classica celebrazione musicale. Il tema vero non è il successo, ma ciò che quel successo non riesce a colmare.
Marracash racconta il dolore come una materia da attraversare fino in fondo, quasi fosse l’unico modo possibile per continuare a scrivere e a raccontarsi. È lui stesso a confessarlo in un passaggio del docufilm, spiagando di essere "uno che affronta le cose di petto, che il dolore lo vive tutto fino in fondo".
E il film suggerisce continuamente che Fabio e Marracash non possano più esistere separati, trasformando quel dualismo nel centro emotivo dell’intera narrazione. Anche il ritorno alle origini contribuisce a rafforzare questa sensazione.
La Barona, Nicosia, il rapporto con la famiglia, la madre che faceva le pulizie nelle case dei compagni di scuola, il legame con il fratello Mirko, il senso di vergogna vissuto durante l’infanzia: il docufilm torna continuamente nei luoghi e nei ricordi che hanno costruito poi l’identità artistica.
Il documentario suggerisce così che il successo abbia avuto un prezzo preciso: la perdita della normalità. A un certo punto Marracash ammette di rimpiangere la possibilità di "perdersi tra la gente" di essere, semplicemente, uno qualunque. È probabilmente questa confessione a riassumere meglio il senso del film.
Dietro l’estetica gigantesca del "King", dietro gli stadi pieni e la costruzione del mito, il film continua a mostrare un uomo che prova ancora a capire se i traguardi raggiunti bastino davvero a riempire il senso di inquietudine che si porta dietro da sempre.
La mano di Pippo Mezzapesa c'è, si sente e si vede abbondamente. L'intero docufilm dal punto di vista estetico sembra un lungo viaggio in videocassetta, con quel filtro un po' retrò già notato in "Avetrana - Qui non è Hollywood".
Tutto però è funzionale e calibrato a trasportare il pubblico lungo il percorso di ricordi, fotografie, momenti che costellano il racconto di Marra. Anzi, a rendere ancora più scorrevole l'ora e mezza è anche la scansione in capitoletti: ogni momento fondante della vita del rapper è etichettato da un titolo.
Ogni dettaglio è misurato. Marracash che guida tra le vie della Barona indicando i posti e gli eventi della sua infanzia e adolescenza, le notti insonni alla casa in campagna e l'allegria familiare in Sicilia, a Nicosia. A ogni momento privato di Fabio, Mezzapesa ha contrapposto un tassello della carriera di Marracash.
L'uomo e l'artista legati in un continuo gioco di rimandi per offrire un quadro quanto più esaustivo possibile.
E il docufilm ci riesce. Il dipinto restituisce un'immagine vero, senza edulcorazioni o esagerazioni. Non è una parabola di ascesa e declino, solo il ritratto quanto più trasparente possibile di una carriera e una vita di alti e bassi.
Il lato più "romantico", però, non trova molto spazio all'interno della narrazione, quasi come se Marracash non abbia voluto toccare quella parte del suo cuore. Unici accenni alla sua vita sentimentali arrivano alla fine con la storia di "Crudelia" e il Block Party, che ha segnato il ricongiungimento con Elodie.
E mentre la donna che ha ispirato "Crudelia" è solamente accennata, Elodie ha avuto il suo spazio, potendo raccontare il suo legame con il King del Rap dal suo punto di vista e quella sensazione di non "sentirsi all'altezza" in quanto "interprete pop".
Dal canto suo, è la storia con la cantante di "Margarita" che ha permesso al rapper di fare il passo in più e riflettere su se stesso e su cosa significhi davvero amare qualcuno. D'altronde l'ha detto Marracash stesso:
Alla fine "King Marracash" è stata la chiusura perfetta di molti cerchi, di tutto ciò che il rapper si era lasciato dietro, senza però mettere davvero un punto. La frase finale di Marracash non poteva che rappresentare la chiosa perfetta: