"Io non sono ricattabile". Al pari dell'iconica "io sono Giorgia", è la frase cult della Meloni. La frase da cui tutto ebbe inizio.
Era l'ottobre del 2022 e la premier la rivolse a Silvio Berlusconi che, per la rabbia, le rispose in Aula con il mitico bigliettino a favore dei fotografi:
E insomma: quasi un'intera esperienza di governo dopo, di acqua sotto i ponti ne è passata. Ma quella frase, quel "io non sono ricattabile", Giorgia Meloni ora vorrebbe che fosse pronunciata (sotto giuramento) dal Generale Roberto Vannacci.
Il perché è presto detto: il centrodestra deve capire se può fidarsi del leader di Futuro Nazionale.
Il Generale fa politica sotto l'influenza della Russia?
Solo se a tal proposito avrà delle garanzie gli si potranno dare le password di accesso alla coalizione, visto che ora è giunto il momento di pensare alle prossime elezioni e il centrodestra deve assolutamente allargare il perimetro per tenere a distanza il Campo largo.
Come dire: è una questione di fiducia la scelta di Meloni se allargare il centrodestra a Vannacci o, in sua vece, a Calenda.
"Giorgia Meloni ha dimostrato di non essere ricattabile da nessuno. Anche Vannacci lo sarebbe?": è questa la domanda che rimbalza nei discorsi del centrodestra.
In questi anni di governo, uno dei punti fermi della coalizione è stato il sostegno all'Ucraina e il sì a tutti i pacchetti di aiuti e armi a Kiev.
Anche Matteo Salvini e la Lega, pur polemizzando ogni volta, alla fine, hanno votato sempre a favore su questo punto specifico quanto cruciale.
Certo: a chiacchiere, il leader del Carroccio ancora oggi vorrebbe riaprire al gas russo. Ma in sostanza ne fa più un argomento di bandiera che altro: al momento della verità, si allinea al volere della premier, dalle armi all'energia, dalla postura internazionale al rapporto con gli alleati europei e della Nato.
Vannacci, invece, no: in Parlamento, alla prima prova del nove, la sua truppa ha votato contro il pacchetto di aiuti a Zelensky.
E non perde occasione, poi, di rivendicarlo, sottolineando che una delle sue "linee rosse" è smettere di dare soldi a Kiev per investirli sulle priorità nazionali: sanità, scuola, lavoro e chi più ne ha più ne metta.
Ora: se si profilasse la possibilità di allearsi con il centrodestra, il Generale potrebbe rinunciare a questo pilastro del suo programma?
Tra il dire e il fare, soprattutto in politica, c'è di mezzo il mare. Ma, nel caso di Vannacci e il suo essere ricattabile dalla Russia, il centrodestra pensa che non sia così.
La stragrande maggioranza della coalizione che sostiene il Governo Meloni, infatti, pensa che quando Vannacci, a parole, prende le sue posizioni filo-russe, in fin dei conti, non "scherzi": riveli ciò che pensa realmente. Di più: agisce di conseguenza.
C'è, poi, il suo curriculum da militare che non aiuta certo a dipanare i dubbi.
Roberto Vannacci, infatti, è stato per due anni, dal 2020 al 2022, primo addetto militare presso l'ambasciata italiana a Mosca.
Ciò che si chiedono i meloniani, quindi, è questo:
Il centrodestra vorrebbe delle rassicurazioni su questo punto. Anche perché, al Parlamento Europeo, Vannacci è alleato coi tedeschi dell'AfD e altri movimenti di estrema destra che, come ricorda anche la Stampa oggi, "hanno rivelato al loro interno casi di infiltrazioni dei servizi segreti russi".
Last but not least, il libro che gli ha regalato notorietà e l'ha fatto entrare in politica, "Il mondo al contrario", ha venduto tantissime copie proprio in Russia.
Come dire allora: il centrodestra sente odor di bruciato. Vuole capire bene la natura del rapporto che si è venuto a creare tra Vannacci e Mosca.
Non potrebbe certo, un domani, farlo entrare nel governo con il retropensiero che sia collegato a un regime che Roma, come il resto dell'Europa, vuole combattere.