Il Consiglio dei Ministri ha varato ieri, martedì 28 aprile, il nuovo decreto lavoro o "Decreto 1 Maggio", in quanto licenziato alla vigilia della ricorrenza della Festa dei Lavoratori.
Un "punto di partenza di un'alleanza, un patto con i corpi intermedi, le organizzazioni sindacali e datoriali", lo ha definito in conferenza stampa la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni che ha rivendicato "interlocuzioni costanti, anche se non ufficiali" con tutte le parti interessare, sindacati compresi.
Il punto più discusso del decreto è senza dubbio quello relativo al cosiddetto "salario giusto", che non è il "salario minimo" chiesto in più occasioni dal centrosinistra, ma sempre bocciato dalla maggioranza, ma che mira a contrastare il lavoro povero, ponendo un tetto minimo delle retribuzioni calcolato sulla base dei contratti collettivi più rappresentativi.
Il decreto lavoro prevede anche norme contro il caporalato digitale e bonus per le aziende che assumono. In totale il governo ha messo sul piatto della bilancia 934 milioni di euro.
Il governo – ha chiosato la presidente – è disponibile, "quando il confronto non è pregiudiziale e c'è volontà di collaborare”.
Tra i punti centrali del provvedimento emerge il concetto di salario giusto, una delle principali novità introdotte dal decreto.
Nell'ultima informativa in Parlamento, lo scorso 9 aprile, la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, aveva promesso che nel consueto decreto sul lavoro licenziato dal governo in occasione del 1 Maggio, ci sarebbero stati interventi volti a contrastare il lavoro povero.
Ma cosa prevede esattamente il decreto lavoro su questo fronte? Il salario giusto viene definito come il trattamento economico complessivo stabilito dai contratti collettivi nazionali firmati dalle organizzazioni più rappresentative.
Non si tratta quindi di una soglia minima fissata per legge, come nel caso del salario minimo (8 euro), ma di un parametro legato alla contrattazione collettiva di qualità.
La differenza è sostanziale: mentre il salario minimo impone una cifra uguale per tutti, il salario giusto si adatta ai diversi settori produttivi, tenendo conto delle specificità del lavoro.
L'obiettivo dichiarato del governo è valorizzare i contratti collettivi maggiormente rappresentativi, escludendo invece i cosiddetti “contratti pirata”.
Proprio su questo punto è chiara la linea dell’esecutivo: le aziende che applicano contratti non adeguati o che sottopagano i lavoratori saranno escluse dagli incentivi pubblici. Il principio è duplice: da un lato garantire retribuzioni adeguate, dall’altro promuovere una contrattazione più solida e trasparente.
Oltre al salario giusto, il decreto introduce una serie di interventi mirati a sostenere l’occupazione e contrastare forme di lavoro irregolare. Tra le misure principali ci sono i bonus per le assunzioni, destinati a giovani, donne e lavoratori nelle regioni del Mezzogiorno comprese nella Zes unica.
Gli incentivi prevedono un esonero contributivo fino al 100% per i datori di lavoro che assumono a tempo indeterminato, con importi variabili in base alla categoria e all’area geografica.
Per le donne senza impiego da lungo tempo, il bonus può arrivare fino a 650 euro mensili, che salgono a 800 euro nelle regioni del Sud. Analoghi benefici sono previsti per gli under 35 e per le piccole imprese che assumono nel Mezzogiorno.
L’obiettivo è favorire l’ingresso stabile nel mercato del lavoro e ridurre i divari territoriali.
Un altro capitolo rilevante riguarda la lotta al caporalato digitale. Il decreto introduce norme più stringenti per definire la natura del rapporto di lavoro sulle piattaforme digitali. In presenza di elementi di controllo o eterodirezione, anche tramite algoritmi, il rapporto si presume subordinato.
Vengono inoltre rafforzati gli obblighi di trasparenza, come l’uso di sistemi di autenticazione sicuri e il divieto di cessione degli account, con sanzioni economiche in caso di violazione.
Infine, viene prorogata fino al 2029 la possibilità di utilizzare l’isopensione, consentendo un’uscita anticipata dal lavoro fino a sette anni per i dipendenti di aziende in ristrutturazione.
Nonostante l’approvazione, il decreto lavoro ha già acceso il confronto politico. Le opposizioni e i sindacati hanno criticato soprattutto il metodo, lamentando un coinvolgimento limitato nella fase di elaborazione del testo.
In particolare, resta aperto il dibattito sul mancato inserimento di un salario minimo legale, considerato da alcune forze politiche uno strumento più immediato per contrastare i bassi salari.
Commenta, ad esempio, in una nota Maria Cecilia Guerra, responsabile Lavoro nella segreteria nazionale del Pd.
Accusa il vicepresidente del M5s Michele Gubitosa.
Il leader di Avs, Nicola Fratoianni, scrive su X:
Il confronto resta quindi aperto, mentre il decreto si prepara al passaggio parlamentare, dove potrebbero arrivare ulteriori modifiche. In questo contesto, il tema del salario giusto si conferma centrale nel dibattito sul futuro del lavoro in Italia.