Anna Lucia Cecere uccise in un "dolo d'impeto", perché era invidiosa delle ragazze che, come Nada Cella, "sprezzatamente definite 'contadine', contrariamente a lei riuscivano ad affermarsi nel lavoro acquisendo una sicurezza economica a lei preclusa e assai agognata".
Lo scrive la Corte d'Assise di Genova nelle motivazioni della sentenza con cui ha condannato l'ex insegnante a 24 anni di reclusione, riconoscendola colpevole del delitto, avvenuto a Chiavari il 6 maggio 1996.
Secondo i giudici di primo grado, Cecere sarebbe cresciuta tra difficoltà e complessi legati al suo vissuto, convincendosi che potesse sistemarsi, nella vita, solo conquistando un uomo benestante.
Avrebbe così visto in Nada, che a soli 24 anni riusciva nel lavoro di segretaria e godeva di una sicurezza economica che lei non possedeva, una persona di cui essere invidiosa. Percepita, anzi, come "possibile rivale all'ambizione di sistemarsi".
Centrale è la questione dei rapporti con il commercialista Marco Soracco, datore di lavoro della 24enne, condannato a due anni per favoreggiamento. Secondo la Corte, all'epoca dei fatti l'uomo favorì appunto Cecere, che aveva iniziato a frequentare dopo il rifiuto di Nada. Raccontando falsità sul loro fidanzamento perché, essendo "succube e ostaggio delle decisioni di mamma e zia", non voleva far capire loro di provare interesse per una donna "non all'altezza del proprio rango sociale", che le due non gradivano.
Tra gli elementi considerati dall'accusa, vengono citati sia la testimonianza di una mendicante che, insieme al figlio, aveva visto la donna uscire dal condominio di via Marsala la mattina del delitto, sia il fatto che in casa della donna sia stata trovata una giacca - che l'imputata possedeva già al momento delle prime indagini - con bottoni identici a quello ritrovato accanto al corpo di Nada nel maggio '96.
Indizi che, uniti alla rilettura del caso affidata alla criminologa Antonella Delfino Pesce dall'avvocata della famiglia, Sabrina Franzone, hanno permesso di riaprire il cold case, portando infine alla condanna. Cecere si è sempre dichiarata innocente, come Soracco. Già dopo la lettura della sentenza, a gennaio, i suoi difensori, gli avvocati Giovanni Roffo e Gabriella Martini, avevano annunciato il ricorso in Appello.