Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera nonché una delle figure più note di Forza Italia, è tornato al centro del dibattito politico e mediatico non per una normale cronaca giudiziaria, ma per la gogna che, secondo alcuni, si sarebbe scatenata contro di lui con la notizia di un’inchiesta su presunti appalti pilotati e corruzione nel settore della Difesa e delle infrastrutture.
Nonostante il suo nome non risulti tra gli indagati, la sua menzione in alcune ricostruzioni giornalistiche, in primis di Repubblica e del Fatto Quotidiano, giornali vicini alla sinistra, ha innescato un effetto domino che lo sta facendo passare come “personaggio centrale” di un’indagine di cui, invece, non porta formalmente alcuna responsabilità.
Per questo, per il mondo del centrodestra, si è scatenata contro di lui una gogna mediatica, una vendetta per il suo impegno a favore del Sì in occasione del recente referendum sulla riforma della Giustizia.
L’inchiesta in questione è partita dalla procura di Roma ed è concentrata su presunti appalti pilotati nonché fondi neri legati a commesse informatiche e logistico‑militari.
Nelle scorse ore, ci sono state anche perquisizioni presso il Ministero della Difesa, Terna e Rete Ferroviaria Italiana.
Secondo quanto riportato, tra gli indagati figurano imprenditori e alcuni ufficiali dell’Esercito, mentre il nome di Mulè sarebbe stato fatto solo da uno degli indagati per il suo (reale o millantato) intervento.
Ma tant'è: Mulè non è iscritto nel registro degli indagati. Così, ha immediatamente replicato sottolineando che il suo ruolo da sottosegretario alla Difesa e membro della Commissione Difesa, in passato, l'ha portato a inviare numerose segnalazioni su trasferimenti, promozioni e affidamenti, il che spiegherebbe perché il suo nome sia stato citato in alcune dichiarazioni.
Per Mulè, però, il passaggio decisivo è un altro: la pubblicazione sui media del suo nome anche se è fuori dagli atti ufficiali, senza alcun riscontro giudiziario, rappresenta uno “sfregio”, una violazione della tutela del cittadino.
A pensar male si fa peccato ma spesso si indovina, diceva Andreotti. E il caso Mulè sembra confermare questa vecchia massima in quanto arriva all'indomani di una campagna referendaria che ha visto il parlamentare azzurro protagonista sul fronte del Sì, quello che è risultato sconfitto.
La sua scelta di battere il Paese da Sud a Nord, la sua presenza nei talk televisivi, il suo confronto con Hanry John Woodcock lo hanno reso un simbolo della battaglia a favore della riforma Nordio.
Proprio per questo, alcuni osservatori oggi parlano apertamente di vendetta con una vera e propria gogna mediatica scatenata contro di lui e un uso strumentale del suo nome a proposito di un’inchiesta che, al momento, non lo vede formalmente coinvolto.
La tesi è che, dove non arrivano i pm, arriva il fango mediatico al fine di condizionare l’opinione pubblica e il clima politico, soprattutto in un momento di resa dei conti nel centrodestra: il nome di Giorgio Mulè, tra l'altro, gira anche come possibile successore di Antonio Tajani alla guida di Forza Italia.