Le urne si sono chiuse alle 15,00 di oggi, lunedì 23 marzo, con un’affluenza di poco inferiore al 59% (58,93%). Una partecipazione record, che al momento sta trainando il No verso la vittoria, una vittoria che è stata costruita sui territori. Ad urne ancora aperte, dalle regioni già arrivavano i primi indizi sulla direzione che stava prendendo la tornata elettorale.
L’altissima affluenza nelle cosiddette regioni rosse, come Emilia Romagna e Toscana, unitamente ai numeri più contenuti fatti registrare nelle regioni meridionali – a maggioranza centrodestra – aveva già, ieri sera, cominciato a far suonare qualche campanello d’allarme all’interno della maggioranza di governo e nei comitati del Sì.
Stamattina, Giorgia Meloni, aveva lanciato l’ultimo appello al voto, prima di recarsi lei stessa ai seggi per esprimere la propria preferenza. Secondo gli analisti un’alta affluenza avrebbe favorito il fronte del Sì in un eventuale testa a testa all’ultimo voto.
I primi exit poll poi si sono aperti con il vantaggio (leggero) del fronte del No, facendo scattare – questa volta contemporaneamente – tutti gli allarmi possibili nel centrodestra. Con le prime proiezioni sono cominciate ad arrivare le prime certezze.
Quali sono le regioni che hanno deciso le sorti del referendum sulla giustizia? I dati sull’affluenza definitiva hanno evidenziato un boom di partecipazione: il 58,93% registrato alla chiusura dei seggi rappresenta un risultato ben al di là delle aspettative.
I dati definitivi evidenziano il ruolo trainante avuto da alcune regioni a trazione centrosinistra. Ai primi tre posti, tre regioni ‘rosse’: l’Emilia Romagna con il 66.74% a seguire la Toscana con il 66,27%, poi l’Umbria con il 65,05%. Ai piedi del podio tre regioni a guida centrosinistra: Marche (63,76%), Lombardia (63,76%) e Veneto (62,45%).
Quindi il Piemonte (62,56%), la Liguria (62,24%), Lazio (61,67%), Friuli Venezia Giulia (61,61%) e Abruzzo (60,51%). Fanalini di coda le regioni del Sud: la Sicilia che ha chiuso al 46,18%, la Calabria al 48,38% e la Campania al 50,37%.
Dati che al di là del significato intrinseco legato al merito del voto, hanno anche un significato politico più ampio con cui maggioranza e opposizione dovranno fare i conti, ognuno alla luce dei propri obiettivi.
Un voto a poco più di un anno dalla sfida per le Elezioni Politiche 2027 è diventato inevitabilmente il preludio, la prova generale, di quella che sarà la corsa per Palazzo Chigi. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, e il centrodestra avevano provato ad evitare un’eccessiva politicizzazione del voto referendario, ma per tutti era chiaro che si trattava di un’impresa impossibile.
Ieri e oggi, chi si è recato alle urne lo ha fatto anche per esprimere il suo giudizio sul governo. Vincere o perdere il referendum per centrodestra e centrosinistra non è mai stato l’unico elemento da prendere in considerazione, poiché tutti indipendentemente dalla casacca indossata erano consapevoli che a contare sarebbe stato di quanto si sarebbe vinto perso.
Questo referendum è stato a tutti gli effetti un classico “mid-term test” all’italiana: non cambierà direttamente gli equilibri di governo, ma sarà servito a misurare il consenso reale al di fuori delle elezioni politiche. In questo senso, l’affluenza elevata rafforza il valore politico del risultato, rendendolo difficilmente ridimensionabile per chi è uscito sconfitto.
A Palazzo Chigi una vittoria di misura, sarebbe stata meglio di una sconfitta, ma avrebbe comunque rappresentato un segnale di debolezza. Nel centrosinistra vincere rappresentava il desiderio taciuto, ma si è lavorato anche contenere l'eventuale sconfitta, per poi ribaltarla in vittoria morale.
La vera partita adesso si giocherà ora nella narrazione post-voto. In un sistema politico sempre più polarizzato, la capacità di “raccontare” il risultato – più che il risultato stesso – sarà decisiva per orientare il consenso nei mesi a venire.
Ed è proprio su questo terreno che si misurerà la solidità della leadership di governo e la credibilità dell’alternativa.