Lo scoppio della guerra in Iran ha trascinato l'occidente e l'Europa in una preoccupante crisi energetica causata principalmente dalla chiusura da parte di Teheran dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il transito del petrolio mondiale.
Il suo blocco ha provocato un immediato rialzo dei prezzi di petrolio, gas e carburante con un aumento a cascata del prezzo al distributore di benzina e gasolio e di tutti i beni di consumo, dal momento che il costo dell’energia incide su trasporti, produzione e distribuzione.
In questo scenario già critico, uno degli elementi più discussi è il sistema ETS dell’Unione Europea, accusato da più parti di contribuire all’aumento dei prezzi.
Ma cosa sono esattamente gli ETS, come funzionano e perché l’Italia chiede un intervento urgente all’UE?
Gli ETS (Emission Trading System) sono un sistema dell’Unione Europea pensato per ridurre le emissioni di CO2 in modo graduale.
Il meccanismo è semplice: viene stabilito un tetto massimo di emissioni complessive (cap), suddiviso in quote. Ogni quota corrisponde a una tonnellata di CO2.
Le aziende ricevono o acquistano queste quote. Se inquinano meno, possono vendere quelle inutilizzate; se inquinano di più, devono comprarne altre.
Questo sistema riguarda oltre 10.000 impianti in Europa e coinvolge soprattutto centrali elettriche e termoelettriche, industrie pesanti come acciaio, cemento, vetro e chimica, raffinerie petrolifere, settore dell’aviazione (voli intra-UE) e trasporto marittimo (dal 2024).
Dal 2027, con il cosiddetto ETS2, il sistema si estenderà anche ai carburanti per trasporti stradali e riscaldamento domestico, con possibili effetti diretti sui consumatori.
Il funzionamento degli ETS si basa sul principio “cap and trade”: ogni anno il tetto totale delle emissioni si riduce, rendendo le quote sempre più scarse e quindi più costose.
Questo ha un effetto diretto sui prezzi dell’energia. Le aziende energetiche, soprattutto quelle che producono elettricità da fonti fossili, devono acquistare quote per coprire le loro emissioni. Il costo di queste quote viene poi trasferito sui prezzi finali che di conseguenza aumentano di anno in anno.
Secondo le stime, gli ETS possono incidere fino a circa 30 euro per megawattora sul prezzo dell’elettricità, pari a circa il 25% del costo totale. In un momento di crisi energetica globale - come quello attuale - questo peso diventa ancora più evidente.
Nel Consiglio Europeo in corso oggi, 19 marzo, a Bruxelles il governo italiano ha avanzato richieste precise per contenere l’impatto della crisi energetica attraverso un intervento mirato sugli ETS.
Nello specifico Giorgia Meloni chiederà ai 27 capi di Stato europei la sospensione temporanea degli ETS per la produzione termoelettrica, almeno fino alla revisione prevista nel 2026.
L’obiettivo è ridurre immediatamente il costo dell’elettricità e, di conseguenza, quello dei carburanti e dei beni di consumo.
Tra le altre richieste avanzate dal Palazzo Chigi insieme ad altri 7 partner europei ci sono anche: la proroga delle quote gratuite per le industrie energivore, fondamentali per il Made in Italy, la revisione del sistema ETS per limitare gli effetti su famiglie e imprese e un maggiore controllo sulla volatilità e sulla speculazione delle quote.
Il governo sottolinea che queste misure sono necessarie per affrontare una crisi eccezionale legata alle tensioni in Medio Oriente, evitando un impatto eccessivo su economia e consumatori. Il confronto con l’UE sarà decisivo per capire se e come verranno adottate misure urgenti per frenare il caro energia.