Tutto cambia affinché nulla cambi. Per la questione della data del referendum per la riforma della Giustizia sembra proprio calzare a pennello la parafrasi della famosa battuta del "Gattopardo".
In meno di 24 ore, le urne prima sembravano slittare (anche secondo il ministro Nordio), ma ora sembrano confermate per domenica 22 e lunedì 23 marzo.
Il motivo è presto detto: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha adottato il Dpr recante: "Precisazione del quesito del referendum popolare confermativo del testo della legge costituzionale concernente norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della corte disciplinare", confermando la data che aveva deciso in pun primo momento il governo.
Ancora un colpo a sorpresa, quindi, dopo un Consiglio dei ministri convocato in fretta e furia questa mattina.
Il via libera al nuovo testo sarebbe arrivato dopo un colloquio tra il presidente Mattarella e la premier Meloni.
Fonti del Quirinale, interpellate a tal proposito dall'Ansa, hanno confermato che per il presidente Mattarella la soluzione individuata dal governo di integrare il quesito referendario dopo la pronuncia della Cassazione di ieri è quella giuridicamente più corretta.
L'oggetto della richiesta di referendum è infatti lo stesso per tutti i proponenti; mentre il quesito referendario non viene cambiato ma, appunto, soltanto integrato con i sette articoli della Costituzione che la riforma vorrebbe aggiornare.
Dopo la riunione convocata questa mattina a Palazzo Chigi, il governo ha diramato questa nota:
Cosa significa? Che il testo del quesito del referendum già indetto per i giorni 22 e 23 marzo 2026 viene precisato come così:
L'asse Mattarella-Meloni, quindi, avrebbe scongiurato lo slittamento del referendum che ieri, dopo la pronuncia della Cassazione, era dato praticamente per certo.
Il vicepremier Antonio Tajani l'ha messa così: