È polemica per l’incontro avvenuto ieri al Viminale tra il ministro degli Interni, Matteo Piantedosi, e l’omologo egiziano Mahmoud Tawfik.
Il colloquio tra i due ministri è arrivato infatti a pochi giorni dal decennale della scomparsa di Giulio Regeni, il ricercatore italiano torturato e ucciso dai servizi segreti del Cairo: un caso per cui l’Egitto non ha mai collaborato con l’Italia nella ricerca della verità.
A intensificare la polemica non è stato solo l’incontro, ma anche un post pubblicato dalla pagina ufficiale del ministero dell’Interno egiziano.
Nel post su Facebook, il ministero dell’Interno egiziano ha riferito della visita ufficiale in Italia del ministro, a capo “di una delegazione di alto livello”. Secondo quanto riportato nel post, durante l’incontro le parti avrebbero discusso “della cooperazione tra i ministeri dell’Interno dei due Paesi nell’ambito della sicurezza e dei loro metodi di supporto”.
Durante l’incontro, sempre secondo il ministero egiziano, Piantedosi avrebbe “sottolineato l’importanza del ruolo cruciale dell’Egitto in ambito regionale e internazionale” e i risultati “nel campo della lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata”.
Soprattutto, però, il ministro italiano avrebbe elogiato “i significativi sforzi delle agenzie di sicurezza nazionali egiziane”: le stesse che, il 25 gennaio 2016, rapirono Giulio Regeni, torturandolo fino alla morte.
Il passaggio, contenuto nel post del ministero egiziano ma non sul profilo di Piantedosi — che, pubblicando un reel sull’incontro, si è limitato a parlare di “dialogo strategico” tra i due Paesi, soprattutto in relazione al contrasto al traffico di esseri umani — ha immediatamente esacerbato la polemica, già scoppiata per l’opportunità di tenere l’incontro a ridosso dell’anniversario della scomparsa di Regeni, celebrato solo domenica scorsa.
Da Roma, dove ieri veniva proiettato il documentario Giulio Regeni - Tutto il male del mondo, la legale della famiglia Regeni, avvocata Alessandra Ballerini, ha commentato:
“Mi vergogno per lui e per la sua immoralità”, ha scritto sui social il deputato Pd Gianni Cuperlo, riferendosi a Piantedosi. “Domenica a Fiumicello ho visto il docufilm su Giulio: la descrizione delle torture che ha subito, i depistaggi e le volgarità delle autorità egiziane proseguite negli anni. E il ministro degli Interni italiano parla di ‘collaborazione molto proficua’.”
“Difficile immaginare come possa definirsi ‘proficua’ una cooperazione con un apparato statale che, sul caso di Giulio Regeni, non ha mai realmente collaborato per arrivare alla verità e alla giustizia”, ha dichiarato la deputata di Azione, Federica Onori, secondo la quale “il dialogo che il nostro Governo porta avanti con l’Egitto non può ignorare le responsabilità dei servizi di sicurezza egiziani e il diritto alla verità che ancora dobbiamo ai genitori di Giulio.”
Oggi, intanto, è arrivata un’altra notizia di grande rilievo: la Corte costituzionale ha emesso una sentenza che permetterà di far ripartire il processo per l’omicidio di Giulio Regeni, fermo dallo scorso ottobre.
Il procedimento era stato sospeso a causa di una questione tecnica, legata al pagamento delle spese dei consulenti dei quattro agenti dei servizi egiziani mai comparsi in Italia — proprio grazie alla mancata collaborazione da parte dell’Egitto. Il nodo giuridico riguardava il fatto che, in questo procedimento, gli imputati erano considerati “assenti” e non “irreperibili”.
Con la sentenza depositata oggi, la Consulta ha stabilito che, in casi eccezionali come questo, le spese del consulente tecnico nominato dal difensore d’ufficio debbano essere anticipate dallo Stato. Il processo può ora finalmente ripartire.