30 Jan, 2026 - 14:09

Ragazzi senza nome: il lato sommerso della nuova criminalità minorile

In collaborazione con
Canale 122 - Fatti di Nera
Ragazzi senza nome: il lato sommerso della nuova criminalità minorile

Il volto della criminalità minorile oggi è sempre più giovane e spietato, una deriva che spesso affonda le radici in una solitudine profonda, anche digitale, capace di esplodere improvvisamente nel mondo reale. A raccontare questa realtà cruda è Don Nicolò Ceccolini, cappellano del carcere minorile di Casal del Marmo, che vede quotidianamente come il crimine diventi un palcoscenico per ragazzi che cercano disperatamente un’identità o un senso di appartenenza che la società esterna non ha saputo offrire.

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Tra le mura dell'istituto si incrociano vite segnate da quelli che Don Nicolò definisce "reati di sopravvivenza". È il caso dei tanti minori stranieri non accompagnati che arrivano in Italia dopo lunghi viaggi, carichi della speranza di un futuro diverso ma anche del peso di un debito morale verso le famiglie che hanno investito tutto su di loro. Questa pressione, unita a una rabbia crescente alimentata dal non sentirsi visti o ascoltati, sfocia spesso in una violenza diretta verso se stessi o verso gli altri. Secondo il cappellano, interrogarsi solo sul momento del reato è un errore di prospettiva: la vera domanda da porsi riguarda come questi ragazzi abbiano vissuto gli ultimi sedici anni della loro vita.

All'interno di questo perimetro di cemento, la figura del sacerdote cerca di rappresentare l'unico adulto che non giudica e non chiede nulla in cambio. La giornata nelle carceri minorili prova a offrire strumenti di riscatto: la mattina è dedicata alla scuola e alla formazione professionale, con corsi che spaziano dalla falegnameria alla pasticceria, mentre il pomeriggio lascia spazio alla creatività. In particolare, la musica rap è diventata un canale di comunicazione essenziale, permettendo ai ragazzi di dar voce a pensieri che altrimenti resterebbero sepolti.

Tuttavia, il sistema deve scontrarsi con la dura realtà dei numeri. L'inasprimento delle misure introdotte dal Decreto Caivano ha provocato un netto aumento degli ingressi, portando le strutture al limite della capienza e aumentando la tensione interna. 

Quando il numero dei detenuti supera la soglia critica dei 25-30 ragazzi, come accade a Casal del Marmo o al Beccaria di Milano, la missione costituzionale della rieducazione diventa un obiettivo difficile da raggiungere. In questo contesto, Don Nicolò sottolinea che la legge da sola non basta: il carcere finisce per essere lo specchio di ciò che accade fuori, un luogo dove paradossalmente si imparano quelle regole mai ricevute prima e dove, dalle parole di Don Nicolò, scopriamo che, “prima ancora del fare, la sfida più grande è imparare a essere”.

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