Ospite della trasmissione radiofonica Un Giorno Da Pecora, Riccardo Ricciardi, capogruppo alla Camera del Movimento 5 Stelle, ha escluso nuovamente che il "campo largo" in vista delle prossime elezioni politiche possa comprendere Matteo Renzi e Italia Viva.
Incalzato da Giorgio Lauro e Geppi Cucciari, Ricciardi ha prima bocciato la definizione di campo largo – “brutta, sembra che devi allargare per battere qualcuno” – accettando invece di parlare di un campo progressista per sfidare Giorgia Meloni alle prossime elezioni.
Il punto di partenza? I partiti “che sono stati leali al governo Conte II”: Movimento 5 Stelle, Partito Democratico e Alleanza Verdi e Sinistra (nonostante non fosse in Parlamento nella scorsa legislatura). Nessuno spazio, dunque, per Italia Viva di Renzi.
Con Italia viva “Non si condivide una linea politica” e Renzi “ci ha dimostrato che non ci si può fidare”, ha spiegato Ricciardi, confermando il suo no a un ulteriore allargamento dell’alleanza politica alla formazione riformista.
La replica alle parole del capogruppo 5S non si è fatta attendere, arrivando a stretto giro, tramite il senatore di Italia viva Enrico Borghi: “Ricciardi vorrebbe altri cinque anni di governo Meloni, perché questo succede se si mettono veti su Italia Viva. Non si fa un dispetto a Renzi, ma un regalo alla destra”.
Dall’ala riformista del Partito Democratico, un commento è arrivato da Marianna Madia: “Potrei dire che non mi fido di Ricciardi. Diciamo che era a ‘Un Giorno da Pecora’ e prendiamola con ironia”.
Nonostante l’apertura inevitabile al Pd, Ricciardi non ha mancato di discutere con i conduttori del futuro di questa alleanza progressista. Ad esempio, bocciando il principio “testardamente unitario”, con cui la segretaria del Pd, Elly Schlein, ha cercato sin dalla sua elezione di cucire l’alleanza contro Meloni
“Sono testardamente Movimento 5 Stelle”, ha detto Ricciardi, “quando in passato si è voluto unire a tutti i costi, dopo un anno e mezzo ci si è frantumati”.
Il lavoro con il Pd, ha tranquillizzato però il deputato, è già avviato: “Abbiamo presentato molti emendamenti insieme alla Legge di Bilancio, dalla sanità al lavoro”. Entrambi i partiti, peraltro, saranno posizionati insieme nella battaglia per il no al referendum sulla Giustizia.
Le divisioni tra Pd e Movimento 5 Stelle sulla politica estera, invece, permangono. “Non è un segreto”, ha confermato Ricciardi, pur ricordando come, ad esempio su Gaza, i due partiti hanno manifestato posizioni comuni.
Sull’Ucraina, invece, “siamo palesemente in disaccordo”, ha spiegato il capogruppo, difendendo nuovamente la scelta del Movimento 5 Stelle di non votare la mozione bipartisan sull’Iran.
Per il momento, nessun accenno di intesa nemmeno su chi guiderà il campo progressista o sulle modalità per individuare il candidato premier. “È una cosa iper prematura”, ha detto Ricciardi, “non conosciamo la legge elettorale”. Il metodo, nel ragionamento il deputato, potrebbero anche essere le primarie, ma anche su questo strumento servirebbe un accordo che, al momento, non sembra esserci, proprio a causa dell’incertezza sulla legge elettorale.
Al di là della legge elettorale, che certamente definirà le modalità del prossimo confronto elettorale, resta il fatto che i tempi per la definizione di un’alleanza progressista, almeno agli occhi degli elettori, stringono: alle elezioni politiche del 2027 manca poco più di un anno, e i partiti di opposizione restano ancora privi di un progetto politico credibile.
Nonostante anche la maggioranza sia evidentemente divisa su dossier fondamentali – si pensi ai continui distinguo della Lega – la percezione della frammentazione delle opposizioni e della fragilità di un possibile accordo appare molto più evidente. Un aspetto su cui i partiti che vorranno presentarsi insieme – al di là delle leadership – dovranno iniziare a lavorare, prima o poi.