Il referendum costituzionale sulla riforma della giustizia ha finalmente una data ufficiale: il 22 e 23 marzo 2026. E’ quanto è stato deciso nella serata di lunedì 12 gennaio 2026 dal Consiglio dei Ministri.
La decisione del governo non solo ha segnato l’avvio ufficiale del calendario referendario, ma ha soprattutto acceso lo scontro tra maggioranza e opposizione, con accuse incrociate sul rispetto dei tempi, della legalità e della trasparenza democratica.
La data del voto è diventata un caso politico e dall'opposizione già si annunciano ricorsi.
Il centrosinistra ampiamente schierato sul no alla riforma del ministro Carlo Nordio accusa il governo di voler accelerare i tempi per paura che con il tempo cresca l’opposizione alla riforma. Il governo, che vuole andare al voto senza rinvii, replica che la procedura rispetta la legge n. 352/1970.
Il nodo del contendere riguarda soprattutto la raccolta firme online avviata dai comitati promotori del ‘No’ e la decisione del governo di fissare la data prima della fine del periodo previsto per la raccolta delle sottoscrizioni.
In Italia, la legge dispone che quando si vuole indire un referendum costituzionale confermativo, i cittadini possano raccogliere le firme per chiedere ufficialmente che il voto popolare abbia luogo.
In questo caso spedifico il referendum è già stato ammesso dalla Corte di Cassazione – quindi il voto si farà comunque – ma la raccolta firme è soprattutto un iniziativa simbolica che ha l'obiettivo di rafforzare il peso politico della mobilitazione popolare.
Il Consiglio dei ministri, su proposta del Presidente Giorgia Meloni, ha deliberato di proporre al Presidente della Repubblica le date del 22 e 23 marzo 2026 per lo svolgimento del referendum sulla riforma della Giustizia, approvata dal Parlamento il 30 ottobre 2025.
Nelle stesse giornate, il Cdm ha deciso di accorpare anche le elezioni suppletive della Camera dei deputati nei collegi uninominali 01-Rovigo e 02-Selvazzano Dentro, necessarie dopo le dimissioni dei deputati Alberto Stefani e Massimo Bitonci a seguito delle elezioni regionali in Veneto.
Secondo la legge il referendum deve svolgersi tra il cinquantesimo e il settantesimo giorno successivo all’emanazione del decreto di indizione (18 novembre 2025, ndr), e il Cdm ha dunque fissato le date in conformità a questi limiti normativi.
Se il governo ha rispettato i tempi previsti dalla legge la fissazione del referendum e soprattutto se il referendum è già stato ammesso, da dove nasce la polemica che in queste ore sta infiammando il dibattito politico?
La raccolta firme, in questo contesto, non serve più a far partire il referendum – che è già stato ammesso – bensì a rafforzare il sostegno politico e simbolico dell’iniziativa popolare.
Per i promotori dell'iniziativa, quindi, la scelta del governo sarebbe una mossa per ridurre l’impatto della mobilitazione popolare: secondo il portavoce del comitato promotore Carlo Guglielmi:
Sono già stati annunciati ricorsi contro la decisione del governo.
Giovanni Bachelet, presidente del Comitato Società civile per il No, ha definito la decisione “un segnale di paura” e ha assicurato che il Comitato è pronto a vincere, sottolineando l’importanza di difendere la magistratura indipendente.
Il governo è accusato di forzare i tempi e comprimere lo spazio politico per la partecipazione dei cittadini. La fissazione anticipata della data sarebbe, secondo le opposizioni, uno “sgarbo e un segnale di paura” perché impedisce una corretta informazione sul merito della riforma e riduce la visibilità della mobilitazione dei cittadini.
Peppe De Cristofaro, capogruppo dell’Alleanza Verdi e Sinistra, ha dichiarato che
Il governo e i sostenitori del “Sì” replicano che la procedura è conforme alla legge 352/1970 e che il referendum è già formalmente attivato dalla Corte di Cassazione.
Il ministro Tommaso Foti ha commentato:
La ministra per le Riforme Costituzionali, Elisabetta Casellati, ritiene che non ci siano le basi per un eventuale ricorso.
"Ognuno ha il diritto di fare quello che vuole, io ritengo non ci siano le basi per fare un ricorso, ma il diritto è sempre interpretabile".
Secondo il governo, fissare la data ora garantisce certezza e programmazione, evita ostruzionismi procedurali e permette di condurre una campagna informativa chiara e trasparente. I sostenitori della riforma sottolineano che il voto popolare sarà l’occasione per confermare democraticamente la legge.