Giovanni Pascoli nacque in una famiglia numerosa della piccola borghesia rurale romagnola, segnata da una serie di tragici lutti. I suoi genitori erano Ruggero Pascoli e Caterina Vincenzi Alloccatelli, protagonisti di quel “nido” familiare infranto diventato poi il fulcro della sua produzione letteraria.
Il poeta era il quarto di dieci figli: aveva nove sorelle e fratelli, due dei quali morirono in tenera età. Scopriamo insieme tutti i dettagli e i retroscena sulle radici del massimo esponente della corrente letteraria del Decadentismo in Italia.
I genitori di Giovanni Pascoli erano Ruggero e Caterina. Il padre del poeta lavorava come amministratore della tenuta agricola “La Torre” dei principi Torlonia, a San Mauro di Romagna, un ruolo che lo collocava nella piccola borghesia agraria e garantiva alla famiglia una condizione economica inizialmente agiata.
Autoritario ma affettuoso, Ruggero Pascoli era capofamiglia e rappresentava per Giovanni il centro protettivo del “nido” domestico, tanto che la sua morte violenta diventerà una ferita mai rimarginata.
La madre di Giovanni Pascoli, Caterina Vincenzi Alloccatelli, proveniva da famiglia rispettabile ed era il cuore del “nido” decantato dal poeta. Dolce, affettuosa e dedita alla famiglia, la figura materna era un rifugio per il poeta, che spesso l’ha idealizzata all’interno delle sue poesie.
Dopo l’assassinio del padre di Pascoli, pochi anni più tardi morì anche la madre, lasciando una ferita insanabile nell’animo del poeta, alimentando in lui quell’ossessione per il lutto e per la nostalgia dell’infanzia felice.
Giovanni Pascoli è nato il 31 dicembre 1855 a San Mauro di Romagna (oggi San Mauro Pascoli), nel cuore della campagna romagnola ed era il quarto di ben dieci figli.
Cresciuto in una famiglia numerosa e in un ambiente rurale, il poeta da piccolo era soprannominato “Zvanì” dai suoi parenti, un nomignolo affettuoso in dialetto.
Fin da bambino, il legame con la natura, la vita contadina e l’importanza degli affetti furono il centro del suo mondo, diventati poi gli elementi principali attorno ai quali ruotava la sua poetica.
Dopo l’infanzia felice e spensierata, la vita di Pascoli fu segnata da un tragico susseguirsi di lutti: nel 1867 il padre Ruggero venne assassinato mentre tornava a casa con il calesse; negli anni successivi morirono la madre, la sorella maggiore e alcuni fratelli.
Questa frattura del “nido” originario diventerà il nucleo tematico della poetica del dolore dello scrittore, fatta di fragilità e di bisogno di rifugiarsi nell’infanzia e nella natura visti come luoghi sicuri e protetti.
Pascoli esordì come poeta con la raccolta “Myricae”, pubblicata in forma definitiva negli anni Novanta dell’Ottocento, in cui descriveva la vita quotidiana in campagna, gli affetti e il dolore familiare con un linguaggio semplice ma carico di simbolismo.
Alla raccolta seguirono i “Canti di Castelvecchio”, scritti nel periodo in cui il poeta si ritirò nel borgo toscano di Castelvecchio, dove l’atmosfera domestica, la natura e il ricordo dei cari defunti diventarono protagonisti di una lirica ancora più intima e malinconica.
Tra le sue poesie più celebri spiccano “X Agosto”, dedicata proprio all’assassinio del padre Ruggero, e “La cavalla storna”, che rievoca la scena del delitto attraverso gli occhi dell’animale, trasformando un fatto di cronaca in un mito poetico.
Accanto a queste, si ricordano anche testi come “Il gelsomino notturno” e “L’assiuolo”, in cui emergono la poetica del “fanciullino”, la musicalità del verso e quell’intreccio di mistero, paura e meraviglia che rendono Pascoli uno dei maggiori poeti della letteratura italiana.