"Noi faremo tutto quello che possiamo perché la norme siano condivise ma se c'è la chiusura pregiudiziale, non escludo che si debba comunque chiedere al Parlamento a maggioranza".
Sono queste le parole pronunciate ieri dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni durante la tradizionale conferenza stampa di inizio anno sulla questione della riforma della legge elettorale in vista delle politiche del 2027.
La premier vuole cambiare la legge e intende andare avanti a maggioranza, ovvero approvare la legge in Parlamento anche senza l'accordo dell'opposizione su un testo condiviso.
Parole che secondo AVS sono "una pistola sul tavolo" e che hanno fatto saltare sulle sedie tutti i leader del centrosinistra. All’apertura dell’anno pre-elettorale, le distanze si accentuano e il confronto parlamentare sulla legge elettorale si annuncia in salita.
Così come in salita si presenta anche lo scontro sul referendum sulla giustizia, con un’opposizione rumorosa ma frammentata.
Lo scontro più duro si consuma sulla riforma della legge elettorale. Le parole della premier, lette dall’opposizione come un avvertimento più che come un’apertura, alimentano il sospetto che il governo voglia procedere senza un vero confronto.
Durissimo il segretario di +Europa Riccardo Magi, secondo cui
Magi contesta nel merito l’impianto che la maggioranza starebbe valutando: "non dare forza al voto popolare, bensì togliere potere di scelta ai cittadini", con liste bloccate, assenza di collegi e un premio di maggioranza "che non esiste in nessuna democrazia al mondo".
Sulla stessa linea Avs. Per il capogruppo in commissione Affari costituzionali Filiberto Zaratti, "sembra una apertura ma è una chiusura totale".
Il confronto, avverte, non può avvenire "con una pistola posata sul tavolo": se davvero l’esecutivo vuole una riforma condivisa, allora "lascino da parte minacce e si aprano ad un confronto vero nell’ambito del rispetto della Costituzione”.
Il clima, insomma, è già da campagna elettorale, con la legge elettorale trasformata nel primo terreno di scontro politico frontale.
A complicare il quadro c’è il referendum sulla giustizia, che probabilmente si terrà il 22 e 23 marzo.
I leader del centrosinistra si ritrovano fianco a fianco alle iniziative del fronte del No. Oggi tutti i leader erano presenti alla manifestazione organizzata oggi -sabato 10 gennaio - a Roma dal "Comitato del No". Ma l’unità si ferma alla critica del governo.
Questa riforma “non serve agli italiani ma solo a chi governa per avere mani libere e stare sopra a leggi e Costituzione", ha detto Elly Schlein intervenendo alla manifestazione per il no nella Capitale.
Nicola Fratoianni parla di una vera e propria offensiva contro la magistratura da parte della presidente del Consiglio:
"La sua conferenza stampa è stata un lungo attacco nei confronti della magistratura", con l’obiettivo di "portarne a casa lo scalpo".
Per il leader di Avs si tratta di una "controriforma" che non risolve i problemi della giustizia ma punta a "demolire la separazione dei poteri".
Nel Pd emergono distinguo interni. Walter Verini replica a Stefano Ceccanti, che aveva definito il No in discontinuità con la tradizione dell’Ulivo:
Verini rivendica una storia di riformismo che, però, "mai" ha pensato di uscire dalla crisi democratica "restringendola con tentativi quasi autoritari che colpiscono in questo caso la magistratura e la sua indipendenza, in altri il ruolo del Parlamento".
Preoccupa che alcuni nel centrosinistra siano per il Sì al referendum?
Ha detto ancora Verini.
Ancora più netta la posizione del M5S, che accusa la premier di voler "indebolire" la magistratura e renderla "supina alla politica".
I pentastellati contestano anche le affermazioni di Meloni sul Csm e parlano di una riforma che rafforzerebbe il controllo politico sui giudici.
Ha detto Giuseppe Conte all’iniziativa del comitato del No..
All’opposto, in Italia Viva non c'è una indicazione precisa per il voto. Raffaella Paita rivendica "un patrimonio di garantismo" a sinistra e annuncia il suo voto favorevole, sottolineando che nel partito "esistono sensibilità diverse" e che la libertà di voto resta la linea prevalente.
Elly Schlein accusa Meloni di aver ignorato sanità, carovita e scuola, e punta il dito contro le promesse mancate: dalle accise alle pensioni.
Giuseppe Conte insiste sull’assenza di proposte concrete e denuncia il silenzio su sanità e riarmo. Fratoianni e Bonelli attaccano su salari e politica internazionale, mentre Matteo Renzi individua in sicurezza e tasse il punto debole della premier:
Ma per ora, più che un’alternativa, il centrosinistra offre una sommatoria di voci. E Meloni, forte dei numeri parlamentari, continua a dettare l’agenda.