06 Jan, 2026 - 16:06

Riforma della giustizia, perché il manifesto del comitato per il No ha fatto infuriare chi è a favore

Riforma della giustizia, perché il manifesto del comitato per il No ha fatto infuriare chi è a favore

Il manifesto del comitato per il No al referendum sulla giustizia, diffuso soprattutto nelle stazioni ferroviarie e in particolare a Milano, ha acceso un durissimo scontro politico e istituzionale perché presenta la riforma come un via libera a «giudici che dipendono dalla politica».

Le forze schierate per il Sì, insieme a giuristi e costituzionalisti favorevoli alla riforma, accusano il comitato del No di usare slogan fuorvianti che non corrispondono al testo costituzionale sottoposto a referendum, mentre il fronte contrario rivendica il diritto a denunciare il rischio di un indebolimento dell’autonomia della magistratura.

Perché il manifesto del comitato del No ha suscitato tante proteste

Il manifesto, con lo slogan «Vorresti giudici che dipendono dalla politica? No. Al referendum, vota no», è stato bollato dai comitati per il Sì come una "distorsione consapevole della realtà", perché la riforma sulla separazione delle carriere e sulla nuova architettura del Csm non prevede in alcun passaggio una subordinazione gerarchica dei magistrati al potere esecutivo.

Figure come Gian Domenico Caiazza, presidente del comitato “Sì Separa” legato alla Fondazione Einaudi, hanno ricordato che l’articolo 104 della Costituzione continua a sancire l’indipendenza della magistratura, accusando gli autori del manifesto di ingannare l’opinione pubblica e invitandoli senza mezzi termini a "vergognarsi".

Sullo sfondo c’è una campagna già molto polarizzata, in cui il fronte del No – che riunisce associazioni come Cgil, Arci, Anpi, Acli, Libera e un ampio cartello della società civile – sostiene che la riforma Nordio, pur non scrivendo esplicitamente una dipendenza dei giudici dalla politica, indebolisca di fatto i pesi e contrappesi tra Parlamento e magistratura.

Secondo i promotori del No, la divisione in due Consigli superiori e le nuove regole di composizione dei membri laici aprirebbero spazi a maggioranze politiche squilibrate e a un aumento dell’influenza dei partiti sulla carriera dei magistrati, motivo per cui lo slogan sul “potere dei politici” sarebbe una sintesi polemica ma legittima di questo allarme.

La battaglia per la data del referendum

La polemica sul manifesto si intreccia con un braccio di ferro altrettanto acceso sulla data del referendum, che le opposizioni accusano il governo di voler collocare in una finestra temporalmente e politicamente favorevole alla maggioranza.

Nei giorni scorsi, il ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva indicato la "seconda metà di marzo" come periodo probabile per il voto, ma le resistenze emerse nel Consiglio dei ministri hanno portato l’esecutivo a frenare sull’ipotesi di un election day troppo ravvicinato, rinviando la decisione definitiva.

I comitati del No e buona parte dell’opposizione parlamentare chiedono che la consultazione non venga compressa in tempi strettissimi, denunciando il rischio di una campagna sbilanciata in favore del governo, mentre nel campo del Sì prevale l’interesse a capitalizzare l’attuale clima di mobilitazione e a chiudere rapidamente il percorso referendario.

La scelta della data è diventata così un terreno simbolico della contesa: per il fronte contrario alla riforma è il banco di prova della lealtà democratica dell’esecutivo, per la maggioranza un dossier da gestire senza dare l’impressione di temere il giudizio degli elettori ma mantenendo il controllo sull’agenda politica dei prossimi mesi.

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