Diritto

Suicidio assistito in Italia: il diritto di decidere quando la vita è diventata “non vita”

Suicidio assistito in Italia. Eutanasia sì o no? La parola al Prof. Enrico Ferri, docente di Filosofia del Diritto all’Unicusano.

Suicidio assistito in Italia e la sentenza 242 del 2019

La Corte Costituzionale, con sentenza 242 del 2019, ha dichiarato illegittimo l’art. 580 del Codice penale per la parte che ammette la punibilità di chi agevoli la messa in opera del proposito del suicidio, se chi lo richiede si trovi in condizioni di salute definitivamente compromesse, ma pure in uno stato di sofferenza fisica e psicologica ritenuta insopportabile. Queste patologie degenerative irreversibili e il correlato stato di sofferenza devono essere comprovate da una struttura del Servizio Sanitario Nazionale, dopo parere del comitato etico territorialmente competente. Nella decisione della Suprema Corte si riconosce di fatto il riferimento della Corte di Assise di Milano al principio costituzionale che vede la centralità dell’individuo, non dello Stato, nella vita politica e sociale della Nazione. La principale conseguenza del principio personalistico sta nel fatto che l’individuo ha il diritto di autodeterminarsi nei limiti stabiliti dall’ordinamento. Per la prima volta, in questi giorni, dopo la depenalizzazione del suicidio assistito, a un paziente che si trova nelle condizioni stabilite dalla sentenza 242 del 2019 è stato riconosciuto il suo stato di sofferenza irreversibile e il diritto a porvi fine. Ciò è avvenuto grazie ad una sentenza in data 9 giugno 2021 del Tribunale di Ancona, che ha imposto alla ASL competente di verificare le condizioni del paziente, che chiameremo Mario, e le “misure a garantire la morte volontaria più idonea, indolore e dignitosa possibile”, in linea con la sentenza della Consulta. La situazione di Mario è quella di migliaia di altre persone, che spesso hanno solo la sofferenza per compagna, sofferenza che in forme diverse è condivisa esclusivamente da familiari, amici e persone vicine.

In uno Stato che si definisce democratico, fondato sulla dignità della persona e sui diritti civili, soprattutto dopo una chiara sentenza della Corte Costituzionale, si sarebbe dovuto intervenire con iniziative legislative in grado di recepire le linee guida della Consulta. Si sarebbe operato in ritardo, ma neanche questo è avvenuto. Purtroppo non c’è da meravigliarsi per quest’atteggiamento dei parlamentari italiani, ogni volta che si toccano questioni che riguardano certi diritti fondamentali come la procreazione, il finis vitae, le unioni e le separazioni, l’adozione o la salvaguardia dell’orientamento sessuale che le persone scelgono di avere. Quasi sempre, o ci sono volute iniziative referendarie nate dal basso, come nel caso dell’aborto o del divorzio, oppure i diritti sono stati negati, come nel caso dell’adozione impossibile ad un single o del Ddl ZAN, naufragato in un triste scenario di franchi tiratori, di compromessi invocati e mancati, di accuse reciproche.

Petizione per l’abolizione dell’impedimento di ottenere l’eutanasia

Il 9 ottobre 2021 sono state depositate 1.239.423 firme presso la Corte di Cassazione che richiedono l’abolizione dell’impedimento di ottenere l’eutanasia, ovviamente a certe condizioni, in gran parte definite dalla sentenza della Consulta più volte citate. A gennaio la stessa Consulta valuterà l’ammissibilità della richiesta e, se sarà ritenuta tale, il Presidente della Repubblica stabilirà la data del referendum, fra il 15 aprile e il 15 giugno del 2022. A quel punto, il parere dei senatori e dei deputati sarà del tutto inessenziale, potranno continuare a non decidere come hanno fatto finora. I partiti politici e i vari condottieri senza esercito, dovranno prendere posizione, ovviamente perché costretti dal nuovo scenario politico referendario, che loro non avranno determinato, ma si saranno limitati a subire. Non credo però che gli Italiani, tanto invocati e rappresentati a parole, aspetteranno le dichiarazioni del politico di turno per decidere come rispondere al quesito referendario.

Io non ho doti di chiaroveggenza e non so se sarò chiamato ad esprimere il mio parere in sede di referendum, ma sin d’ora posso definire i motivi per cui, se ci fosse tale possibilità, deciderei di rispondere positivamente al quesito referendario, cioè richiedere l’abolizione del reato di eutanasia, in tutte le sue forme: la cosiddetta eutanasia attiva e passiva.

Suicidio assistito in Italia: eutanasia sì o no?

Il motivo principale per cui sono favorevole all’eutanasia è perché amo la vita. A mio avviso, ma per fortuna non solo mio, la vita non è mera esistenza organica. Non credo, ad esempio, che possa definirsi “in vita” una persona che abbia perso definitivamente la coscienza e la capacità di interagire con il mondo circostante e le altre persone. Per quanto mi riguarda, non avrei alcun interesse a “rimanere in vita” se avessi perso la coscienza, a maggior ragione se questa condizione si coniugasse con sofferenze continue ed ineliminabili. So bene che ci sono quanti ritengono che in ogni caso, anche con l’encefalogramma piatto, la persona dovrebbe essere alimentata e tenuta in vita. Niente da obiettare, se il diretto interessato abbia espresso precedentemente questo desiderio. Ma la scelta è personale e nessuno mi può dire come devo vivere e come devo morire. 

Recentemente ho letto e sentito discorsi del tipo: “La nostra società non è più abituata al dolore, non lo accetta più”. E perché dovrei accettare la sofferenza, forse per “purificarmi” nella prospettiva della “miglior vita”? Vale quanto detto sopra: chi ritiene un valore la sofferenza, un veicolo di purificazione, si accomodi pure, ma non cerchi di impormi i suoi cruenti lavacri. Io provvedo in altro modo alla mia igiene morale.

Il secondo fondamentale motivo per cui sono favorevole all’eutanasia sta in quel principio di autodeterminazione fatto proprio dalla stessa Carta costituzionale, ad esempio con l’art. 2 e l’art. 32. Non riconosco a nessuno diritti ultimi e definitivi sulla mia vita, non alla Stirpe, non ad una Chiesa, non alla Società, non a un Partito, a un Leader qualsiasi e così via. Non riconosco a nessuno il diritto di dirmi che io ho il dovere di soffrire. Perché alla fine di questo si tratta, nella stragrande maggioranza dei casi.
Mario, in una dichiarazione registrata, che è insieme un disperato appello, afferma: “nessuno può dirmi che non sto troppo male per continuare a vivere in queste condizioni”, dopo aver ricordato che da undici anni si trova paralizzato dalle spalle ai piedi e che vive una vita di “torture e sofferenze”, con una serie di “costanti peggioramenti”. Mario lamenta di vivere “una vita che di vita dignitosa non ha più niente”. Nel caso di Mario, come in molti altri, si tratta solo di verificare, con attenzione, ma pure con la dovuta pietas, che la situazione in cui dichiara di trovarsi sia effettivamente tale. E comportarsi di conseguenza: rispettare le sue scelte e quelle di tutti quelli che dovessero trovarsi nelle stesse condizioni. Il dovere del medico e del legislatore è quello di alleviare la sofferenza, non di perpetuarla.

Prof. Enrico Ferri, docente di Filosofia del Diritto all’Unicusano

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