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Coldiretti: gli agricoltori italiani salvano 5333 specialità alimentari tradizionali

Dal “censimento 2021 delle specialità Made in Italy salvate dalla pandemia”, presentato al Forum Agroalimentare della Coldiretti, emerge un dato sorprendente. Sono ben 5333 i prodotti tradizionali alimentari presenti sul territorio nazionale nel 2021 che grazie agli agricoltori sostengono le economie locali.

Tante le categorie di prodotti di eccellenza censiti da Coldiretti

Nel censimento compaiono 1.594 diversi tipi di pane, pasta e biscotti, seguiti da 1.520 verdure fresche e lavorate. Subito dopo 813 tipi di salami, prosciutti, carni fresche e insaccati di diverso genere. 516 i formaggi, 302 i piatti composti o prodotti della gastronomia. 171 le specialità di origine animale (miele, lattiero-caseari escluso il burro, ecc.). Non mancano ovviamente le bevande. Sono 165 tra analcoliche, birra, liquori e distillati.  E ancora 166 preparazioni di pesci, molluschi, crostacei e 49 varietà di olio d’oliva e burro. 37 i condimenti. Un’offerta tornata tavole degli italiani – rileva Coldiretti – grazie anche alla rete di vendita diretta dei mercati, delle fattorie e degli agriturismi di Campagna Amica.

Grazie all’opera di intere generazioni gli agricoltori hanno difeso nel tempo la biodiversità sul territorio e le tradizioni alimentari.  Il numero delle tipicità regionali che l’Italia può offrire è passato – sottolinea la Coldiretti – dalle iniziali 2.188 del primo censimento nel 2000 alle 5333 attuali. Un aumento del 167% dei prodotti salvati dal rischio di estinzione, accelerato dall’emergenza sanitaria.  La Campania si piazza in testa alla classifica delle regioni con più specialità tipiche, ben 569, davanti a Toscana (463) e Lazio (438). A seguire – specifica la Coldiretti – si posizionano l’Emilia-Romagna (398) e il Veneto (384). Subito dopo Piemonte con 342 specialità e alla Puglia che può contare su 311 prodotti. A ruota tutte le altre Regioni.

Ogni regione ha le sue specialità alimentari

Dal Caciofiore aquilano che utilizza un caglio vegetale, ottenuto dall’infusione dei fiori di cardo selvatico, al “peperone crusco” fatto con un peperone tipico delle campagne della Basilicata. Il sud del Paese è ricco di prodotti. La pitta ‘mpigliata calabrese, tipica del Natale, i Fagioli di cera campani, prodotto di una coltivazione antica fatta completamente a mano. La Treccia di Santa Croce di Magliano, formaggio che in Molise viene letteralmente intessuto fino a sembrare una treccia di capelli. I lampascioni, caratteristici della Puglia, mentre dalla Sardegna arriva la Panada di Cugliera, un raviolo di pasta violada (semola rimacinata) ripiena Dalla Sicili  il cavolfiore violetto “natalino”, una particolare varietà di cavolfiore caratterizzato da un’infiorescenza di colore lilla intenso.

Starordinaria la varietà delle specialità alimentari delle regioni del nord

. Come l’angullla marinata di Comacchio, pescata direttamente nella Valle del Delta del Po durante la stagione autunnale. Il Formadi frant, realizzato in Friuli Venezia Giulia con lo scarto di altre varietà di formaggi. Mentre tra le specialità del Lazio si può trovare il tarlo dell’aglio rosso di Proceno, conservato sott’olio e ideale come sfiziosità per gli antipasti. Dal latte di una particolare razza di pecora arriva la Toma di pecora Brigasca frutto di una lavorazione molto antica che in Liguria viene tramandata da diverse generazioni di padre in figlio. Tipico della Lombardia è il salame d’oca – segnala la Coldiretti –  è un salume cotto a base di carne d’oca e maiale, mentre nelle Marche è caratteristica la lonza di fico, fatta da un impasto di frutta secca e avvolta nelle foglie di fico per dargli la forma di “lonzetta”.

“Si tratta di un bene comune per l’intera collettività e di un patrimonio anche culturale che il nostro Paese può oggi offrire con orgoglio ai turisti italiani e stranieri” ha affermato il presidente della Coldiretti Ettore Prandini nel ricordare che “il primato nei prodotti tradizionali si aggiunge a quello dei prodotti a denominazione di origine (Dop/Igp) riconosciuti dall’Unione europea, che hanno raggiunto quota 316”.

 

 

 

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