Spettacolo

“Falling”, com’è l’esordio alla regia di Viggo Mortensen

Falling, il bel esordio dietro la cinepresa di Viggo Mortensen, per la prima volta attore e regista, come recita il titolo completo in italiano racconta molto semplicemente la “storia di un padre”. Una storia solo in parte autobiografica ma visibilmente sincera e sentita nel ritrarre le due anime dell’America di oggi in perenne conflitto: quella liberal e progressista incarnata da John, uomo di mezza età che vive in California, omosessuale, padre insieme a suo marito di una bambina di nome Monica, e quella conservatrice e troppo spesso xenofoba impersonata dall’iracondo Willis, vecchio patriarca sempre sopra le righe, orgogliosamente sboccato e omofobo. La resa dei conti arriva quando il “nonno” si ammala e manifesta i primi sintomi di demenza: parla con l’ex moglie e la seconda compagna ormai morte da anni, fonde passato e presente. La sua amata fattoria dove per anni ha condotto un’esistenza da eremita diventa improvvisamente ingestibile e il maturo e responsabile John, di comune accordo con la sorella, si sobbarca del compito di trasferirlo al sud per meglio prendersene cura. Ma le buone intenzioni, l’innocenza, la resistenza stoica non basteranno a placare la natura ostile, sgradevole e attacca brighe dell’anziano genitore. 

Due mondi a confronto, una frattura impossibile da ricomporre. Presentato al Sundance, “Falling” è la lenta discesa nella malattia – raccontata brillantemente ormai da fior di pellicole tra cui l’ultimo premiatissimo The Father – ma soprattutto un viaggio alla scoperta di un doloroso conflitto generazionale. Disordinato, a volte un po’ scolastico e non privo di luoghi comuni, è un racconto genuino e di cuore retto dalla bravura indiscussa di Mortensen, qui pure sceneggiatore (che con l’elemento del viaggio e il tema della discriminazione strizza l’occhio al fortunato Green Book). L’idea nasce di ritorno dal funerale della madre e prende corpo dai ricordi frammentati di bambino. Mortensen che non si era nemmeno incluso nel cast – la decisione di subentrare arriva per assicurare finanziamenti alla piccola produzione – gestisce bene il doppio ruolo, con una regia misurata e di servizio scompare dietro la macchina da presa per troneggiarvi davanti, grazie a un protagonista eroicamente indifferente all’umiliazione, di un’integrità e una statura senza eguali, quasi misteriosa e angelica di fronte a questo padre ingestibile che delira e ingiuria tutto e tutti (le minoranze in primis). Sarà davvero difficile per lo spettatore provarne compassione, con la malattia che può solo peggiorarlo. Le scene di confronto sono tante, forse troppe, soprattutto perché, seppur intervallate da ricchi flashback di un’infanzia tossica e sofferente, tendono a riproporre più volte lo stesso schema attardandosi nella svolta di questo travagliato rapporto filiale. Nel dramma familiare tanto spazio però, anche alle sequenze ironiche. Il vecchio vedovo Willis, interpretato da un ottimo Lance Henriksen che quasi ruba la scena per se, è un uomo d’altri tempi talmente aggressivo, rabbioso, testardo nel difendere il suo modo di vivere da risultare tragicomico soprattutto nel confronto con i nipoti della Z generation. Per non parlare del breve ma intenso scambio di battute con Cronenberg, comparso in un piccolo cameo nel ruolo del proctologo che ha in cura il detestabile Willis. Talmente velenoso da risultare grottesco con il suo fare scorretto ed eccessivo, Henriksen è certamente tra le scommesse vinte di questo “film d’attore” a firma Viggo Mortensen.