Spettacolo

“Fino all’ultimo indizio”, il thriller simil Fincher con Denzel Washington, Jared Leto e Rami Malek 

Il vice sceriffo Joe Deacon anche detto Deke, un Denzel Washington panciuto e ingrigito ma soprattutto schiacciato dal peso delle responsabilità, viene spedito a Los Angeles per raccogliere prove su un caso. Quella che doveva essere una semplice gita di routine nel suo vecchio dipartimento, ben presto si trasformerà in una caccia al killer. L’indagine sulla serie di omicidi che ha sconvolto la città, delitti molto simili a quelli su cui Dake aveva ossessivamente indagato anni prima e che gli costarono l’allontanamento, è stata affidata all’ambizioso sergente Jimmy Baxter. Il giovane e dinamico detective di Rami Malek – qui un po’ sopra le righe nel caratterizzare l’irascibilità del suo personaggio – è impegnato in una corsa contro il tempo per beccare il colpevole prima che gli subentri l’FBI. Subito colpito dai metodi poco ortodossi del vecchio e misterioso sceriffo, va contro il parere dei colleghi e decide di avvalersi del suo aiuto non ufficiale. Dal canto suo, Deacon, nella speranza di chiudere una volta per tutte con il suo oscuro passato segue l’istinto e si mette alle calcagna di un sospettato che ha tutta l’aria di essere un vero maniaco omicida. 

John Lee Hancock, messa da parte la passione per le true story, scrive e dirige un thriller poliziesco anni ‘90 incentrato sulla ricerca ossessiva della verità. Due uomini della legge a caccia di un folle che ha il volto di Jared Leto, ciondolante e dallo sguardo vacuo, non carismatico quanto si vorrebbe, ma comunque finito in lizza per il Golden Globe al miglior attore non protagonista. Fino all’ultimo indizio, titolo originale The Little Things, è una storia che non da risposte ma insinua dubbi. Si interroga sulla fallibilità di due detective alle prese con il mostro di LA, nel tentativo di catturare le insidie che portano alla degenerazione di un’indagine delicata.

Film di genere che si spinge al confine tra legge e giustizia, è perfetto per una serata in casa ma anche per la sala dove, potendo, farebbe di certo la sua figura. Ce lo dimostra anche la performance in patria, uscito in contemporanea su HBO Max e al cinema segna il miglior debutto dall’inizio della pandemia. 

La produzione è travagliata, lunga trent’anni, con una regia sempre in ballo. Il film, pensato per Spielberg, viene ceduto ad Eastwood e poi a Danny DeVito prima di tornare nelle mani del suo ideatore. Giunto al capolinea, il confronto con l’inarrivabile Se7en del 1995 – da cui non può che uscire sconfitto – è obbligato. Anche se il primato sull’originalità della storia è da discutere perché Hancock scrisse la sua sceneggiatura nel ‘93, il film di Fincher vince a mani basse in quanto a narrazione, che definire avvincete è dire poco, e sagacia dei dialoghi. Fino all’ultimo indizio, dal canto suo, vanta una verosimiglianza e una credibilità nettamente superiore, con una storia solida, almeno fino al finale. Lì, quando la tensione dovrebbe raggiungere il suo massimo, l’azione fatica a tenere il passo.