Spettacolo

“Waiting for the Barbarians” e quella cultura del nemico che non ci abbandona mai

Odio chiama odio, questo il principio su cui prende corpo il film del colombiano Ciro Guerra – alle prese con la sua prima grande produzione internazionale – ispirato all’omonimo romanzo di J. M. Coetzee. Infondere la paura è il metodo più efficace in uno spietato e brutale sistema imperialista per esser certi di mantenere ben salde le redini del potere. E puntando il dito contro il prossimo e mai contro se stessi generare, innestare, fomentare il germe dell’intolleranza.

La rappresentazione di una metafora dai contorni biblici, dove controllo e supremazia ramificano nella razza, nelle gerarchie sociali e nel sesso.

Il premio Oscar Mark Rylance è il magistrato, reggente di una colonia di frontiera. In perfetta armonia con le popolazioni indigene, attende l’età della pensione con l’idea di permanere in quei luoghi remoti e desertici ormai parte della propria esistenza. Per lo spietato colonnello Joll, – Johnny Depp poi affiancato da un cattivissimo Robert Pattinson – giunto sul posto per ricercare o eventualmente fabbricare le prove di una fantomatica invasione dei popoli nomadi da lui prontamente ribattezzati “barbari”, il tranquillo avamposto del magistrato non è che la prima linea di difesa dell’impero. 

Le inaudite violenze perpetrare dagli uomini del colonnello ai danni dei Nomadi, trascinanti in interrogatori estenuanti e seviziati senza pietà, fanno si che per il Magistrato opporsi all’impero diventi un dovere morale su quale non si può transigere. Ma sconfessare il suo popolo significa diventare lui stesso un ribelle e un povero reietto. 

Impotente contro il braccio armato dell’impero, il protagonista –  l’eroe – soccombe: aspetta che tutto finisca velocemente per poter dimenticare al più presto. Ma quello che è accaduto non si può cancellare e da complice degli aguzzini diventerà soccorritore della vittima quando la sua vita si intreccia con quella di una ragazza mutilata dai soldati imperiali a cui lui aveva aperto le porte della cittadina con tanti onori.

La minaccia di invasione da parte dei nomadi della steppa è chiaramente una realtà artificiosa, costruita appositamente attraverso una crescente spirale di violenza: disumani interrogatori, terribili torture, confessioni estorte in un clima di odio fomentato da esecuzioni in pubblica piazza. La cosiddetta disumanizzazione del nemico- un nemico inesistente – che ricorda la matrice nazista. 

Una storia di brutalità e soprusi ai danni di un popolo indifeso e una persecuzione che richiama per intensità ed efferatezza quella dei più terribili genocidi che hanno macchiato la storia dell’umanità.

Guerra concepisce un’opera tragicamente contemporanea, ambientata in tempi e luoghi lontani, indefiniti, a rimarcare la sua portata universale il cui eco arriva paurosamente assordante sino ai giorni nostri.