Spettacolo

Dead Man, il cult di Jarmusch di nuovo al cinema in versione restaurata

Dead Man è il film del 1995 scritto e diretto da Jim Jarmusch e interpretato da Johnny Depp, con musiche originali di Neil Young. Presentato a Cannes, torna nei cinema in versione restaurata.

Fine Ottocento, William Blake è un giovane contabile in viaggio per Machine, Arizona. John Dickinson, un industriale del posto, gli ha promesso un buon impiego ma Bill arriva con un mese di ritardo. Si ritrova senza soldi, gli ultimi li ha usati per il treno, bloccato in una cittadina sperduta nel cuore del West. Conosciuta un prostituita dai modi gentili, assiste alla sua uccisione da parte dell’amante, il rampollo dei Dickinson, e per legittima difesa gli spara. Da quel momento la natura di un mite ragazzo ben educato di Cleveland, cambia per sempre. Incomincia per lui un nuovo viaggio – di non ritorno – in fuga dalla legge, braccato da cacciatori di taglie, con una ferita nel petto. Il ferro dell’uomo bianco lo ha colpito vicino al cuore, gli dice “Nessuno”, l’amico pellerossa. È un uomo morto, proprio come il defunto William Blake, il visionario poeta inglese. 

Dead Man è la storia di un viaggio, fisico e mentale, nel selvaggio West e nella psiche di uomo finito, debole, gravemente ferito, che affronta una profonda metamorfosi: da ragazzo per bene a pericoloso fuorilegge. Mentre la sua esistenza scivola lentamente nell’abisso, arriva l’incontro con Nessuno – strano nativo emarginato dal suo stesso popolo – che lo crede l’omonimo poeta. Questa nuova amicizia che sta per nascere aldilà delle differenze culturali che via via si assottigliano nella completa comunione con la natura, segna per Bill il punto di non ritorno.

Con Nessuno si imbatte in situazioni comiche ma allo stesso tempo terribilmente violente, il Selvaggio West appare crudele e caotico come non mai e Bill nell’abbandonare per sempre il regno dei vivi non può non coglierne il senso profondo, la fragilità che lo contraddistingue. Il tema della morte, sempre caro al regista, si concretizza nella riscoperta del senso della vita che risiede nella sua caducità.

Perché il bianco e nero? Dead Man è un viaggio ai limiti del conosciuto, necessariamente in bianco e nero. L’ampia scala di grigi e il monocromo molto netto ci fanno dimenticare l’esistenza stessa del cinema a colori e conferiscono ai fatti la giusta distanza storica capace di renderli neutri. Un bianco e nero che rompe con le classiche atmosfere fine anni ’50 inizio ’60 dei polverosi western di Leone e Eastwood, a dispetto di un budget da 9 milioni di dollari.

William Blake, poeta, pittore, inventore. Il suo lavoro era rivoluzionario ed è per le sue idee che fu imprigionato. Alcuni dei suoi scritti risuonano nell’anima dei nativi e frammenti delle sue opere vengono continuamente citate dal personaggio di Nessuno. Un  sangue misto, discendente da due tribù provenienti dal nord ovest. Personaggio stravagante che per il suo tanto errare tra i boschi e le pianure conosce numerose lingue,  tra le tante anche quella dei bianchi.

Una sceneggiatura che lavora per metafore non può che trovare nel western la soluzione narrativa ideale. Storie di viaggi costruite attorno a temi tradizionali come il guadagno, il riscatto o un tragico evento, ma ciò che le rende davvero interessanti è la versatilità e la loro interconnessione con l’America, quella dei nativi, delle foreste e delle praterie. 

Non siamo difronte al classico scenario di pistole, pellerossa e fuorilegge, per Jarmusch tutto ciò è solo il punto di partenza. La logica del western secondo cui la vita è un ciclo continuo, qui viene infatti brillantemente contraddetta: Blake sta affrontando il viaggio della vita mentre Nessuno si avviluppa nei suoi continui rituali. Quello che intende fare è ricondurre lo spirito del grande poeta – secondo lui fuori posto nel corpo del giovane Johnny Depp – nel mondo degli antenati, tra le anime dei morti.

Il film, pensato interamente sulle note di Neil Young – già in fase di scrittura Jarmusch aveva in testa Crazy Horse – fa del suono della chitarra elettrica il perfetto controcanto di ogni azione, sguardo, sviluppo narrativo, rendendolo indimenticabile quanto il flauto di Morricone.