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Caglieris architetto della Virtus Bologna tricampione d’Italia, regala una autentica lezione di storia e di riconoscenza

Caglieris, architetto della Virtus Bologna tricampione d’Italia, regala una autentica lezione di storia e di riconoscenza su Radio Cusano Campus

Il playmaker Campione d’Europa con l’Italia racconta episodi capaci di far riflettere: dall’amore per il mare di Liguria a quei capelli lunghi del servizio militare e poi mostratti a tutta Italia. “Peterson? Grande allenatore e gran psicologo. Gamba uno leale, che ho apprezzato”

 

Carlo Caglieris è stato uno dei più forti cestisti nella storia della Pallacanestro italiana ed europea. Lombardo di Brescia ha segnato da playmaker, quasi 50000 punti in Serie A e quasi 500 con la maglia azzurra. Campione del Mondo militare nel 1972, ha conquistato lo scudetto dal 1976 all’80, mancando di partecipare a Mosca 1980. Ma contribuendo in maniera importante alla conquista europea dell’Italia nel 1983 a Nantes.

Caglieris, vive a Brescia o a Torino?

“Io vivo a Loano, che è un paese sul mare, della riviera ligure”.

Mica ha scelto male

“Son 10 anni che mi sono trasferito da Torino. In questo periodo almeno anche vedere il mare mi solleva il morale”, dice il playmaker che ha saputo fare le fortune di Virtus Bologna e Nazionale.

Sa che me lo dice un’amica palermitana che abita in riva al mare, con casa sulla spiaggia. Bisognerà che impari a darvi retta. Io sto a Ladispoli ma a 800 metri dalla spiaggia, e di questi tempi non si può frequentare.

No, no, non si può frequentare, assolutamente. Ma almeno vederlo da vicino ti riempie il cuore. La Liguria è bella”.

E’ una regione che ha tutto. “Dove ti giri. E’ solo un po’ disastrata dal punto di vista dei trasporti, e Basket”.

E questo mi spiace.

“Siamo una regione sottosviluppata visto che parliamo di Basket”.

Però magari prendendo l’esempio della sua tenacia, del suo impegno e visto che la sua carriera è stata capace di dimostrare che con il sacrificio, con il coraggio, con la grinta, con l’orgoglio, si ottengono dei risultati, credo che in Liguria dovrebbero dar retta un po’ meno al Calcio e un po’ di più alla Pallacanestro, no?!

Sorride, il play nato a Brescia, che aggiunge: “E’ anche una forma geografica che effettivamente penalizza molto perché per spostarsi da un posto all’altro devi fare molti chilometri. Anche fare attività giovanile di uno sport che non rende tanto, è difficile. C’è prettamente solo il Calcio, le grandi società che monopolizzano tutto e quindi si fa solo Calcio”.

Caglieris, lei è un giovanotto del 1951, ed è andato a giocare a Torino e poi a Varese, nelle giovanili. Non proprio dietro l’angolo…

“Beh sì. Avevo 16 anni è venuto un talent scout dell’Ignis Varese, il famoso Nico Messina, che poi è diventato anche l’allenatore della prima squadra e anche di altre squadre di Serie A. Mi ha visto giocare e proposto di andare a Varese. E ovviamente stiamo parlando dell’Ignis Varese, una grande squadra che ha vinto campionati italiani, tanti campionati europei ed era un sogno, per me, trasferirmi a Torino e a Varese, e l’ho accettato subito”.

Lei è capitato nel 1967-68 a Varese, due anni dopo dai quali già Meneghin faceva parte del gruppo di sopra.

“Quando sono arrivato Meneghin già faceva parte della prima squadra. Però ogni tanto s’allenava anche con noi, squadra Juniores, e giocava alcune partite. Anche perché obiettivamente in prima squadra quell’anno non ha giocato tantissimo. Era già un grande prospetto e poi è diventato il giocatore che sappiamo”.

Lei in Nazionale c’è stato tanti anni e s’è levato tante soddisfazioni. Che clima c’era, tra voi, una volta scansata la tensione e la rivalità del campionato, coi suoi compagni di maglia azzurra?

“Sicuramente c’era un grande spirito di amicizia, si stava bene insieme. Calcola che all’epoca tutti avevano il piacere di giocare in Nazionale. La chiamata era accolta sempre da una gioia intensa, poi anche nei collegiali (i ritiri, n.d.r.) non c’erano i telefonini e quindi si stava tutti insieme, nei momenti liberi. Praticamente passavamo tutta la giornata insieme, fra allenamenti e tempo libero”.

Il racconto resta tinto della casacca dell’Italia.

“Finito il campionato si ridiventava amici. Calcolate che in quel periodo la Nazionale ha avuto dei buoni risultati. A parte la nostra vittoria all’Europeo (1983) dei terzi posti, medaglia d’argento alle Olimpiadi di Mosca. Anche a Los Angeles (1984) siamo arrivati quinti, pure se all’epoca sembrava un fiasco clamoroso. Adesso arrivare quinti alle Olimpiadi, ci leccheremmo i baffi, le mani e tutto quanto”.

E’ come andare a pranzo a ostriche e champagne.

“Esatto”, dice con allegria.

Come arrivava la convocazione? Non per telefono tramite telegramma?

“Arrivava alla società. Infatti io che ero a Torino, non proprio una società organizzatissima (…). Io alle Olimpiadi di Mosca ero stato scartato e pensavo avendo già a 29 anni, che la mia avventura in Nazionale fosse finita. Invece mi ha richiamato Gamba (il Commissario Tecnico della vittoria continentale del 1983, la prima) nell’81 e l’ho saputo da un giornalista. Che mi ha chiesto: “Cosa ne pensi, di questa convocazione, dopo due anni?”. Ma quale, risposi; in non ne so niente”.

L’aveva saputo prima lui che il diretto interessato…

“Sì, sì, sì. Arrivava alle società, ai giornali e l’avrei letto il giorno dopo. Effettivamente non l’ho saputo subito”.

Però lei veniva in pochi anni da 3 scudetti in maglia Virtus Bologna. E’ anche un premio alla serietà, alla costanza di rendimento.

“Certo. Ma infatti io l’esclusione dalle Olimpiadi di Mosca 1980 l’ho vissuta malissimo perché sicuramente meritavo di andare. Mentre non mi sarei aspettato di essere richiamato, di fare gli Europei dell’83, le Olimpiadi dell’84. Così va la vita”, dice con un sorriso.

Guardando a quella Virtus Bologna del ’76 allenata da Peterson, innanzitutto qual è stato, il suo approccio, Caglieris, con una persona così aperta di mentalità e così capace di leggere nella testa dei giocatori?

“Devo dire che quell’anno in cui sono arrivato alla Virtus c’erano giocatori importanti, uno per tutti era Carraro, che giocava a Venezia. Peterson ha voluto espressamente me, per il compito del playmaker nella sua squadra. Sentivo la sua fiducia verso di me. Ovvio, stiamo parlando di un grande psicologo, e per me l’inserimento è stato molto facile. Poi sai, quando vinci, nelle squadre va tutto bene”.

Non era semplice, organizzare gioco con gente come Terry Driscoll, Bonamico…

“Beh, Driscoll era un grande uomo-squadra, uno che era considerato un secondo playmaker, poi avevamo sotto Gigi Serafini, che in quel periodo era il pivot della Nazionale. C’era l’ala azzurra Gianni Bertolotti, Bonamico, Massimo Antonelli, una guardia di grande capacità. Aveva un tiro veramente incredibile”.

Ha visto che guida i ragazzi di Castelvolturno in un territorio particolarmente difficile?

“Stavo dicendo proprio questo. Intanto non ha avuto la carriera che si meritava. E poi è una grande persona, un uomo eccezionale, che ha dedicato il suo tempo a quest’attività di grande contenuto sociale”.

Il Tam-Tam Basketball, è, il nome di questa squadra.

“Certamente. Fa giocare a Basket tutti i ragazzi immigrati del territorio, i disagiati dal punto di vista sociale. Grande, grande! Difatti quando posso gli do’ una mano economicamente. Anzi sarebbe il caso di aiutarlo, di fare una grande pubblicità, di fare un grande tam-tam di focalizzare i problemi di quella società”.

Abbiamo un’amica, Antonella Ceccato di Bologna, che ci ha messo in contatto, con Massimo. Ci ha fatto innamorare. Ragazzi che non avevano nemmeno le scarpe!

“No, no, niente. Sono ragazzi che non possono pagare nemmeno la quota sociale, le divise, è tutto a carico del progetto. Però credo che in tanti gli diano una mano. Ha avuto anche  problemi dal punto di vista regolamentare. Spero che abbia risolto tutto”.

Purtroppo non li hanno fatti iscrivere, a inizio campionato.

“Problemi di nazionalità, sempre questi problemi che dovrebbero risolvere. Io sono dell’idea che in un mondo libero tutti possano girare come vogliono”.

Guardando le fotografie e alcune partite ricordo che lei è stato bravo e l’ultimo fortunato a toccare il pallone in quella finale (europea) contro la Spagna!

“Certo. La storia del pallone è veramente strana. Alla fine della partita io avevo questo pallone in mano e lo avevo dato a qualcuno. Poi questo pallone era sparito, io non ce l’avevo. Tutti pensavano che ce l’avesse Rubini. Rubini disse “Io non ce l’ho”. Quindi non si sapeva bene che fine avesse fatto. Un giorno mi chiese sta cosa un giornalista di Bologna che mi telefonò per un’intervista. Ripeto: io non so quale fine abbia fatto”.

La storia si fa interessante.

“Dopo qualche giorno gli telefona un signore che era parente dell’addetto stampa della FIP”. E gli ha detto: “Guardi che il pallone della finale ce l’ho io perché è morto mio zio e questo pallone, secondo me, deve essere ridato a Caglieris”.  Intanto è stato un grande gesto, quello del Signor Fiorini di Bologna! E poi ci siam trovati, lui era un grande appassionato di Fausto Coppi, a Castellania, il paese natale di Coppi; ci siamo fatti qualche foto. E praticamente, adesso, il pallone è a casa mia. Il problema è che questo pallone, evidentemente chi l’aveva non ha apprezzato il valore storico, e sono andati a giocare sui campetti di asfalto ed è molto rovinato. Ma è il pallone della finale. In questo momento ce l’ho io”.

Io ho una memoria ferrea e ricordo che lo lanciò per aria alla sirena contro quella che, secondo il mio modesto parere, eccezion fatta per quella attuale di Sergio Scariolo che è Campionessa del Mondo, è stata la più forte Spagna di sempre. E voi l’avete battuta!”.

Caglieris dice: “Quella Spagna era una squadra. Ma dico sempre che la nostra vittoria è stata fuori dal comune. E’ stata veramente un’impresa storica. La Jugoslavia non era ancora divisa e aveva la squadra completa. Immaginiamoci oggi una squadra con tutti i giocatori migliori di Serbia, Croazia, Slovenia, Bosnia, Montenegro”.

Parliamo del 1983, lo dico per tanti studenti dell’UniCusano, i più giovani.

“Tanti non erano ancora nati”, dice con il sorriso il Campione del Mondo Militare nel 1972. “E anche l’Unione Sovietica aveva ancora tutti gli stati insieme. Quindi queste due nazioni presentavano delle squadre che solo a guardare il roster ti facevano paura. Queste erano squadre che vincevano una volta l’Europeo, una volta il Mondiale. E una o l’altra erano sempre gli stessi, battevano gli americani. E non avevano nessun problema. Noi abbiamo vinto quell’Europeo contro queste squadre qui. E’ stata un’impresa incredibile”.

La prima, tra l’altro.

“Appunto, la prima volta, quindi la prima volta, un sapore speciale. La prima volta…non si scorda mai”, dice con il sorriso Charlie Caglieris da Brescia.

Una domanda di colore. Come vi valutano, dentro casa, coi baffoni e i capelli lunghi: a parte Peterson, che si presentò vestito da cantante folk, all’arrivo a Bologna. Lei è stato uno dei primi, a portarli lunghi.

“Io li avevo ricci, all’epoca, non erano ancora bianchi”, dice ironizzando. “C’era la moda alla Lucio Battisti. Sono stato anche dentro in prigione al militare, per i capelli lunghi, 3 giorni di cpr (consegna di rigore). Eravamo abbastanza facilitati, al servizio militare; non avevamo l’obbligo di andare tutti i giorni”.

Beh, avete vinto il Mondiale Militare, nel 1972, anno olimpico. Non è una cosa facile.

“Il nostro compito era di fare i tornei militari e vincerli”.

Dopo quella vittoria l’hanno trattata meglio?

“Il Comandante Picchiottini, Colonnello, e anche il Capitano Marinangeli, eravamo di stanza sul lago di Bracciano, a Vigna di Valle”.

La sede della squadra delle Forze Armate che arrivò in B2 con il Colonello Magrini, negli anni ’80…

“Magrini è arrivato dopo. Io avevo già finito il militare. E mi son presentato in caserma, con il berrettino e la mia bustina da aviere; quando mi ha visto il comandante, mi ha dato 3 o 4 giorni, forse 5, non ricordo neanche più, di punizione. Nella cella ho dormito sul tavolaccio: brutta, brutta”.

Lei prima ci ha accennato all’esclusione dalle Olimpiadi di Mosca, quelle del primo boicottaggio. Non ha fatto parte di una Nazionale che sarebbe arrivata 2° anche tenendo conto dell’assenza degli Stati Uniti. Però si è rifatto con gli interessi nell’Europeo che abbiamo prima preso in esame. Gamba, che è uno che ti guarda sempre in faccia dicendo sempre ciò che pensa, come l’ha giustificata, quella esclusione. Avete chiarito?

“Io ho apprezzato la sua lealtà. Ho sempre apprezzato il fatto che Gamba è uno che dice le cose come stanno. Riteneva che io non fossi al massimo della forma”.

Nonostante lo scudetto vinto?

“Guardi, dissi, io ho finito ieri la finale del campionato, ci sono altri giocatori che hanno finito un mese fa. Allora c’erano i play-off e quindi quando venivi eliminato stavi a riposo. Arrivo all’allenamento, alla preparazione per le Olimpiadi e io che ho giocato fino a ieri, sono stanco. E altri giocatori che, invece, è un mese, che si riposano. Le Olimpiadi sono fra un mese o due, dammi la possibilità di respirare. Invece lui voleva subito…”.

A Roma si dice cotta e mangiata.

“Sì, eh, ho capito, dammi un attimo di respiro. E lui mi ha detto: così non va bene e mi ha lasciato a casa. Ma io son rimasto male perché pensavo di meritare, visto che ero stato in campionato uno dei migliori, di andare a fare le Olimpiadi”. Poi dice, con sense of humour, ma non con astio: “Gli allenatori sono strani, bisogna…no, scherzo. E’ l’allenatore, che decide. E’ anche inutile che mi chiami, se poi non crede in me”.

Grazie e un abbraccio alla Liguria. E per ciò che ha fatto, sul piano comportamentale e tecnico.

“Un abbraccio a tutti quelli che sono in casa. Arrivederci”.