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Il cinema della quarantena

In questi giorni ci viene chiesto di restare a casa. Il governo italiano, le istituzioni, gli operatori sanitari, il mondo dello spettacolo, tutti fanno appello al nostro buon senso, e in mancanza di questo al deterrente delle forze di polizia, per contenere l’epidemia di Covid-19, la nuova Sars che miete ogni giorno centinaia di vittime e segna record di contagi. Da qualche settimana sono limitate le nostre libertà personali in una misura mai sperimentata prima nella storia di questa repubblica. L’articolo 16, non di meno, garantisce il diritto di circolare e soggiornare liberamente sul territorio nazionale ma ha anche il potere di privarne il cittadino per regioni sanitarie. Nessuno avrebbe mai immaginato di veder applicata quest’ultima parte, e quello che sembrava solo fantascienza, dalle 12 scimmie di Gilliam al più recente Contagion, è diventato realtà. Per salvaguardare noi e i nostri cari bisogna necessariamente rimanere in casa, con tutte le conseguenze del caso. Aziende al tracollo, economia a picco dopo le improbabili risposte dall’Europa, tempi bui all’orizzonte e un sacco di gente a spasso, in senso figurato si intende.

Eventi sportivi e concerti sono annullati, cinema e teatri chiusi, e il grande pubblico a casa. Per scongiurare la noia della dimensione casalinga che da piacevole riconquista si tramuta lentamente in tacita condanna, ci si riversa sulle grandi piattaforme, dalle ormai classiche Netflix e Prime Video alle sale virtuali, mentre qualcuno si lancia addirittura alla riscoperta della programmazione televisiva pur di smorzare la quarantena.

E per chi non ne avesse abbastanza, ma anzi voglia indagare attraverso la finzione cinematografica, esistono titoli che meglio di altri sanno descrivere pensieri e sensazioni a noi familiari in questi giorni.

Il luogo fisico e mentale che convenzionalmente chiamiamo casa è tornato ad essere protagonista assoluto delle nostre vite. E ne riaffiora la concezione primordiale, sepolta dalla monotonia del quotidiano, dimenticata e offuscata necessariamente dal mestiere di vivere.
Tutto e niente può essere “casa”, anche il mondo può esserlo. Ed è facile che in tempi di crisi il mondo si riduca ad una camera con bagno. Per Jack è una stanza ricavata nel capanno di Old Nick. Al di fuori di quelle quattro mura nate dalla penna della scrittrice Emma Donoghue non esiste nient’altro ed è una formidabile Brie Larson, la madre Joy in “Room” di Abrahamson, ad averglielo insegnato. Una povera ragazza che vive per sette anni segregata da un maniaco, con un figlio nato dall’abuso e cresciuto nell’illusione di un microcosmo fittizio. Il quinto compleanno di Jack è per Joy il momento di dire la verità: dire a suo figlio che fuori da quella porta che li tiene prigionieri ci sono cose e persone reali ad aspettarli. Un potente dramma psicologico che investe emotivamente lo spettatore e lo trasporta nelle conseguenze del vissuto. Dopo la libertà fisica, con la fuga dalla stanza, è infatti necessario riconquistare la libertà psicologica minata dalla lunga prigionia.

La casa quindi, e noi lo stiamo sperimentando, da spazio di raccoglimento e protezione dalle insidie del mondo, può facilmente diventare una gabbia per i suoi abitanti.
Anche “Panic Room” di Fincher gioca su questa ambivalenza. Una giovane Jodie Foster si trasferisce con sua figlia in una grossa abitazione a Manhattan. Giardino, camere su camere spalmate su quattro livelli e una stanza speciale: un cubicolo dalla porta in acciaio che in situazioni di emergenza ha il compito di tagliare fuori ogni orrore, o quasi. Per noi quell’orrore è il Covid-19 ma nel thriller con Jodie Foster sono i tre uomini incappucciati visibili dai monitor della stanza blindata in cui si è barricata insieme alla figlia diabetica. Pochi metri cubi di salvezza che si trasformano in una prigione infernale quando scopriamo che il bottino a cui puntano i rapinatori è nascosto proprio al suo interno. Sprovviste delle iniezioni di insulina madre e figlia sono in trappola, non possono uscire e i tre ladri non possono entrare. Insidiosa situazione di stallo creata dal genio di Fincher, che con un sopraffino gioco della suspense tiene lo spettatore incollato allo schermo.

Per sentirsi in trappola però non sempre è necessario un luogo angusto e claustrofobico, anche grandi spazi in certe situazioni non ammettono fuge. A dimostrarlo sono due italiani, Guaglione e Resinaro, che firmano la regia di Mine, thriller del 2016 con Armie Hammer. Il soldato Mike Stevens dopo una missione fallimentare nel deserto finisce nel mezzo di un campo minato e rimane bloccato due giorni con il piede inchiodato su una mina antiuomo: se fa un solo passo salta in aria. Nessun rifornimento ma tempeste di sabbia, sciacalli, mercenari e poi sogni e allucinazioni. Ai pericoli del deserto si aggiunge una dimensione psicologica provata allo stremo e quell’uomo, immobile sul baratro della morte, diventa la paralisi della scelta nell’angoscia del possibile Kierkegaardiano.

Ma noi la scelta facciamola: rileggiamo le parole di Mark Renton e per ora, scegliamo la vita. Restiamo a casa.