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Koby per noi/2: dalla postazione del radiocronista Massimo Carboni

Koby per noi/2: parla la voce più popolare di RadioRai nella Pallacanestro

 

Dalla postazione del radiocronista parla di Koby Bryant Massimo Carboni, voce della Pallacanestro d’Italia per quasi 40 tramite RadioRai. L’analisi di chi ha raccontato le gesta di tante generazioni di cestisti

 

Della tragedia che ha portato via Koby Bryant abbiamo parlato, oltre a Coach Valerio Bianchini, con il più longevo e bravo radiocronista di Pallacanestro che abbia mai avuto RadioRai, Massimo Carboni. Lui è, storicamente, la voce, di questa articolata e stupenda disciplina sportiva.

“E’ difficile, trovare le parole per quello che è successo. Abbiamo visto i filmati, la caduta roteante dell’elicottero, di uno schianto, le fiamme. Adesso anche sapere le cause serve, sicuramente, a chi conduce le indagini, ma non per ridare niente a nessuno, di quello che è successo”.

Tempo fa ci hai detto una frase che ci è rimasta particolarmente nei nostri pensieri. Il Pianeta NBA, il campionato più invidiato, più remunerato del mondo vede protagonisti pure quelli che puliscono le postazioni di chi fa le radio o le telecronache. Come a dire che è un mondo a parte. Ma dall’ottica di chi, come te, ha raccontato per 40 anni la nostra Pallacanestro, cosa significa un personaggio del genere, per l’uomo comune della strada, uno del livello?

“Lo vede comunque sia, molto vicino a lui. Perché più è grande l’immagine, più grande la figura dell’atleta dell’NBA, come di tanti altri sport, non solo negli Stati Uniti ma in tutto il resto del mondo. Molte volte questa grande figura, che può sembrare distaccata, che può sembrare in un mondo tutto suo, in un mondo a parte di quello che vive chiamiamolo così, l’uomo della strada, l’uomo qualunque. Invece molte volte questi personaggi sono molto, molto più vicini. Al di là di quelle che possono essere le loro iniziative di solidarietà o di beneficenza, anche il rapporto con la gente comune è un rapporto come se fossero loro stessi sotto una situazione diversa, da quella che è stata creata per la loro capacità; e amino poter vivere come vivono tutti quanti”.

L’analisi dello stimato e apprezzato ex radiocronista di “TuttoBasket minuto per minuto” prosegue e va in profondità: “E’ vero, il viaggio di Koby che porta con l’elicottero la sua figlia a fare una partita, e gli amichetti e i genitori, può far sembrare il mondo di chi può permettersi certi tipi di situazioni, e quindi distaccato. Però il fatto che dentro ci fossero l’amichetta della figlia, i genitori, sta a significare che è proprio quel tipo di vita che i grandi atleti, anche se lui non era più sul parquet, vogliono vivere, e vorremmo tutti noi,  sicuramente con le situazioni di immagine, economiche, diverse. Ma amano quel tipo di vita che per tanti anni hanno dovuto rinunciare perché vivevano in un’altra situazione”.

Va evidenziata la generosità con cui si è sempre dato a qualsiasi causa lui si sentisse vicina. Penso ai tanti clinic, alle tante volte in cui è venuto in Italia: non si è sottratto a una foto che fosse una. E’ questo il lascito di campioni del genere.

“Koby faceva da grande, inteso come adulto e da giocatore, quello che aveva visto fare da piccolo. Per quali motivi, e non parlo solo del periodo in Italia, non doveva essere come sono stati con lui altri giocatori sia per quello che riguarda la formazione nel nostro paese, sia nell’NBA?”.

Il viaggio fa pensare al Koby ragazzino appassionato dello Sport del padre, Joseph “Joe”, e alla seconda parte, quando il protagonista è stato lui: “Quando idolatrava un giocatore o ne voleva seguire l’esempio, per quale motivo, una volta diventato ciò che è diventato, non sarebbe potuto diventare lui, per tutti gli altri? Scendeva da un piedistallo, ecco i suoi clinic, la sua solidarietà, il suo interesse per quelle situazioni che lo avrebbero coinvolto come uomo, più che come giocatore”.