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Scuola (D’Amore): “L’istituto della Trionfale non ha concezione dell’errore”

Scuola: l’istituto di via Trionfale dichiara di suddividere gli studenti in ricchi e poveri, ed è inevitabilmente polemica! Com’è possibile che una scuola possa dividere e non includere, in maniera così bassa? Ne abbiamo parlato con Marino D’Amore, sociologo e criminologo, dottorando presso l’Università Niccolò Cusano: “E’ un evidente esempio di regressione culturale, torniamo ad un passato che sembrava superato e che invece si ripropone come in una ciclicità storica che torna a mostrarci le sue criticità – ha spiegato D’Amore – il problema della divisione sociale si ripropone nell’era della globalizzazione e ci porta indietro al medioevo.”

Il modello competitivo

“La scuola è un’agenzia di socializzazione secondaria, la prima è la famiglia e presenta un modello di socializzazione sbagliato, classista. Rispondiamo ad un modello che ci propina il sistema e che ci mette in competizione in tutti gli ambiti: i genitori cercano di assicurare ai figli le migliori possibilità, ed è una inclinazione naturale, ma discriminano quando questi sani principi vengono declinati nel modello sociale che diffonde esclusione, divisione – ha sottolineato il prof. D’Amore – la scuola della Trionfale non ha smentito la notizia, ma attraverso una spiegazione ha amplificato la discriminazione dicendo che nel gruppo scolastico ci sono diverse categorie e per questo ognuno deve aggregarsi al proprio gruppo d’appartenenza.”

Scuola: l’atteggiamento non inclusivo di cui sopra “affonda le sue radici nel concetto di democrazia. Uno Stato di diritto che ha velleità di modernità deve assicurare a tutti le stesse possibilità – si è congedato Marino D’Amore – l’altro problema è che quando viene reiterato e diffuso un modello sociale del genere si crea un processo di emulazione. I docenti sono fondamentali nella costruzione dell’identità dei ragazzi, la scuola è una realtà sinergica. Ognuno di noi ha avuto un docente che è stato una guida, un modello da reiterare. Il grande pericolo della notizia non è soltanto la diffusione dell’accaduto, ma il fatto che non si ha la concezione di aver commesso un errore.”

 

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