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Francesco Cifarelli, ex imprenditore: “Dopo il fallimento della mia azienda lo Stato si è accanito contro di me”

A causa dei problemi con il fisco ha dovuto chiudere la sua attività ed è finito sul lastrico, ora vive in un camper. Francesco Cifarelli, imprenditore di Matera che possedeva un’azienda di impiantistica a Firenze, ha raccontato la sua storia ai microfoni della trasmissione “Cosa succede in città” condotta da Emanuela Valente su Radio Cusano Campus. A causa della crisi economica, dei crediti non più erogati dalla banche, delle aziende in difficoltà che non saldavano i conti dei suoi lavori, Cifarelli non riusciva a pagare le tasse: “Dovevo scegliere se pagare l’Iva, i miei dipendenti o mangiare – ha spiegato l’ex imprenditore – Non mangiavo, non pagavo l’Iva ma davo lo stipendio ai miei operai. Per quattro anni ho provato a restare a galla poi non ce l’ho più fatta, sono stato costretto a chiudere. I debiti con lo Stato mi perseguitano, io voglio pagare ma come faccio a trovare 600mila euro da rateizzare in 72 rate?”.

 L’inizio dell’attività

“Ho aperto la mia azienda nel 2001, una snc semplicissima. L’azienda poi è cresciuta, abbiamo assunto diversi dipendenti negli anni, il lavoro non mancava. A un certo punto, la crisi partita nel 2006-07 in America ha influito sui mercati e le banche che sorreggevano tutto il sistema, soprattutto in Italia, hanno iniziato a giocare sulla pelle dei risparmiatori che venivano convinti dai direttori di banca a investire. E’ stato un bagno di sangue. Piano piano questo è arrivato nell’economia reale, quella fatta da persone come me che si alzano ogni mattina per andare a lavorare. Se vogliamo parlare di crisi dobbiamo parlare di questo. Le aziende chiudevano da un giorno all’altro perché e banche dovevano rientrare dei crediti che avevano da una vita. Io mi sono trovato in mezzo, perché lavoravo prettamente per aziende ed è diventato un effetto domino perché nessuno pagava più a nessuno, se tu chiudi l’acqua a monte non arriva più a nessuno”.

Le difficoltà a pagare le tasse

“Ci siamo ritrovati a non riscuotere, però le tasse dovevamo pagarle lo stesso perché se no andavi in mora e arrivava Equitalia. Io ho delle cifre più che raddoppiate rispetto al debito iniziale. E non mi permettono di pagare perché mi hanno tolto il Durc (Documento Unico di Regolarità Contributiva). Lo Stato dovrebbe valutare nel merito, se io per 17 anni ho sempre pagato tutto in maniera puntuale, da un giorno all’altro ho dei problemi non mi puoi strozzare. Lasciami qui e permettimi di riprendermi, invece no mi fai chiudere. Chiudendo non posso più far fronte ai miei debiti e lo Stato non mi permette di riaprire neanche da piccolo. In questo modo lo Stato non fa i suoi interessi. Se mi permettesse di riaprire, anche lavorando con 3-4 persone, stringendo la cinghia potrei versare anche 1500 euro al mese. Invece non posso farlo perché devo pagare prima il vecchio in massimo 72 rate, ma si tratta di 600mila euro da dare ad Equitalia, in 72 rate sono quasi 8mila euro al mese. Se lo Stato è creditore verso una persona dovrebbe fare in modo che quella persona possa pagare il suo debito. Invece ti dice: no, i soldi non li voglio però ti rovino la vita e non ti faccio più lavorare. Non puoi avere una macchina che te la blocco, non puoi avere nulla che te lo blocco, io oggi sono un morto vivente”

La depressione dopo il fallimento

“Avevo lavori in tutta Italia, vivevo una vita fatta di impegni e molto movimentata. A un certo punto ho perso tutto e mi sono ritrovato su un divano e in piena depressione. Sono stato in analisi quattro anni. Potevo stare appeso a una trave già qualche anno fa. Io vedo ancora oggi imprenditori che hanno lavorato tutta la vita e si sparano in testa perché non sanno come fare. Io allo Stato non ho mai chiesto nulla, però le bastonate così gratuite non puoi accettarle, si va fuori di cervello, Kafka è un pivello in confronto. Io per fortuna ho una famiglia grande e più o meno mi mantengono. Io vivo in camper. Sono separato. Le mie due ex mogli per fortuna non mi hanno chiuso la porta e quindi la doccia la faccio a casa. Lavoricchio ogni tanto, faccio dei lavoretti. Se anche oggi mi assumesse qualcuno Equitalia mi toglierebbe il quinto dallo stipendio, il problema è che nel frattempo aumentano gli interessi sul debito. Continuano ad arrivare carte, io ormai manco le apro più. Questo è un problema che tutti ci ritroveremo, perché i nostri figli stanno vivendo in un mondo in cui non c’è più la possibilità di pensare a un futuro”.