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Whatsapp (M. D’Amore): “Le chat sono diventate come i social”

Whatsapp: il sistema di messaggistica istantanea, a lungo termine, può diventare deleterio, a tutti i livelli e a tutte le età. Per questo bisognerebbe preferire la comunicazione vis a vis, o in situazioni estremo si potrebbe pensare di farsi una telefonata. Abbiamo commentato il caso della “Shoah Party” chat, ideata da un sedicenne appassionato di fisica quantistica, meno del valore umano degli individui e della storia. “La letteratura sociologica parla di devianza. Se diffondono una chat con contenuti simili, siamo arrivati ad una deriva culturale importante – ha osservato Marino D’Amore a Tutto in Famiglia, su Radio Cusano Campus – oltre ad una defezione evidente, siamo alle prese con un grave problema di comunicazione e socializzazione. Se vengono condivisi contenuti pedopornografici evidentemente questo ragazzo potrebbe aver avuto accesso al deep web, e questo è un aspetto più allarmante.”

L’idea

La “Shoah Party” nasce dal desiderio di imitare una pagina Instagram di black humor, e probabilmente anche da un modo di comunicare tipico degli adulti, dei genitori. “I figli godono di un’immunità particolare e pensano di non avere appigli a cui attaccarsi – ha osservato D’Amore – la de responsabilizzazione attraverso la condivisione dev’essere valutata molto bene. Il nome che l’ideatore della chat ha dato ha un riferimento inequivocabile”, poteva, in alternativa, dare un nome e un tema diverso.

La maleducazione digitale

Whatsapp: se non ce l’hai sei fuori dal mondo, se ce l’hai rischi di essere bersagliato, che fare? “Lo scopo della è quello di condividere contenuti specifici ai destinatari. I messaggi possono essere letti anche a distanza di ore, giorni. Whatsapp è diventato un social, c’è quasi una social addiction, un’assuefazione da social, si ha bisogno di feedback, di risposte – si è congedato il professor Marino D’Amore – a causa di una diffusa maleducazione digitale l’uso dei cellulari durante le fasi pre adolescenziali andrebbe molto limitato, anche perché i contenuti su internet non sono controllabili né dagli adulti, né dagli adolescenti.”

 

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