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Raccontare la guerra (D’Ardia): “E’ complicato scindere i buoni dai cattivi”

Raccontare la guerra, i conflitti, oggi per un genitore è d’obbligo, ma non è facile destreggiarsi in conversazioni simili. I mezzi di comunicazione restituiscono storie che possono, naturalmente, suscitare dubbi e curiosità nei bambini, a cui è necessario dover dare delle risposte: come fare? Ne abbiamo parlato a Tutto in Famiglia, su Radio Cusano Campus, con Caterina D’Ardia, neuropsichiatra infantile, che ha detto: “Ci troviamo di fronte ad un numero sempre più elevato di situazioni conflittuali che riguardano tutto il mondo, ma ci ritroviamo di fronte anche ad una realtà di immagini altamente fruibile, e tra queste alcune sono molto forti.”

La Guerra del Golfo

“Ogni cosa può essere raccontata ad un bambino, ma è necessario tenere conto della sua età. Un bambino non può essere troppo esposto ad immagini dure, ma neppure totalmente ignaro: le cose accadono e i figli nutrono dubbi che vanno sciolti. Fuori casa, a scuola, ne sentono parlare. La vera buona informazione è quella che tiene conto dell’età. E’ importante, ad esempio, che le immagini non siano troppo angoscianti – ha osservato Caterina D’Ardia – la Guerra del Golfo è stata la prima guerra televisiva, e il primo conflitto dove le immagini arrivavano in tv. Questo ha innalzato il livello di paura e angoscia: è stato un conflitto che si seguiva come un film.”

Raccontare la guerra ai tempi di internet, quindi, diventa più delicato. Mentre la tv può amplificare l’idea di un conflitto, andando ad agire sul timore e sulla suggestione dei fruitori, internet può mostrare nel dettaglio la situazione dei bambini, delle città. Il buon genitore nel raccontare la guerra dovrebbe pensare al racconto delle favole, queste “presupponevano l’esistenza di un buono e un cattivo, e il primo doveva vincere sul secondo, mentre oggi assistiamo a situazioni talmente complesse dove scindere le due cose è complicato – si è congedata così la professoressa D’Ardia – la realtà è diventata più violenta negli anni. La presenza di un adulto, anche per questo, diventa rassicurante: il bambino può sentirsi meno solo.”

 

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