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La spettacolarizzazione del dolore (D’Amore): “E’ il nuovo intrattenimento”

La spettacolarizzazione del dolore ai tempi dei social network, in quanto condivisa, amplificata, commentata da chiunque, può rasentare i limiti del patetico. Tutto è cominciato con la televisione, alcuni decenni fa, spettacolarizzare e teatralizzare la vita privata oggi è di tendenza. Ne abbiamo parlato a Campus Estivo con Marino D’Amore, sociologo e criminologo.

Il nuovo intrattenimento

“La drammatizzazione di alcuni eventi ha sempre attirato il pubblico – ha osservato D’Amore – in passato c’era una componente solidale nei confronti dei protagonisti di queste vicende, oggi c’è una componente di intrattenimento, non più quella componente solidaristica: dal caso di Avetrana a quello di Melania Rea, sono tutti eventi di cronaca e di intrattenimento che rendono più cinici i pubblici. E’ cambiato il rapporto tra domanda e offerta, è cambiato il modo di recepire determinate notizie.”

La spettacolarizzazione del dolore affonda le proprie radici nel 1867, da allora è acclarata l’attrazione del pubblico dal dolore, è una relazione che può incrementare le vendite di determinati prodotti, o nel caso della televisione può aumentare i telespettatori.

“Bisogna puntellare alcuni elementi principali – ha incalzato il prof. D’Amore – viviamo nella società dell’immagine, qualunque forma di esteriorizzazione anche nella vita privata è cavalcata; il pubblico per la prima volta nella storia è protagonista della comunicazione. Ci sono dei criteri di notiziabilità imprescindibili, l’emozionalità che viene diffusa nel pubblico favorisce la diffusione di determinate storie.”  

“Il giornalismo oltre a fare informazione, vive in un mercato e deve divulgare notizie spendibili, vendibili. Il caso di Nadia Toffa, soltanto l’ultimo in ordine cronologico, raccontato dai mass media, è avallato dalla volontà della protagonista di entrare, divulgare e raccontare il privato. Ci sono molte altre storie dove la televisione e il mondo della comunicazione ha oltraggiato la privacy senza l’autorizzazione dei protagonisti. Chi fa comunicazione crea opinione pubblica, può modellare le menti delle persone, ha una grande responsabilità.”

 

 

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