Spettacolo

“Cafarnao: Caos e miracoli”. La recensione

Nella periferia di Beirut una coppia vive con i suoi 9 figli in un monolocale. Nessuno di loro è in possesso di un certificato di nascita né tanto meno di un documento d’identità. Uno dei loro figli si chiama Zain, forse ha 12 anni, non si sa per certo, i suoi genitori non ricordano quando sia nato. Non è mai andato a scuola, le uniche leggi che conosce sono quelle della strada, dove è impegnato, insieme a tutti i suoi fratelli, nella vendita di qualsiasi tipo di merce il cui guadagno possa contribuire al magro bilancio familiare. Abusi, percosse, insulti sono per Zain all’ordine del giorno. La realtà dei reietti, invisibili agli occhi dello Stato, relegati ai margini della società e alla mercé dei criminali, è quella che la regista Nadine Labaki vuole raccontare e denunciare in “Cafarnao”.

“Cafarnao”, che in arabo moderno significa caos, è anche la città dei miracoli, scelta da Gesù per le sue prime predicazioni. Su questa ambivalenza gioca il titolo italiano sottolineando la portata universale del messaggio.

Una delle sue sorella, ancora bambina viene data in sposa al padrone di casa. Zain sa già cosa sta per succedere ma questa volta tenterà di modificare il corso degli eventi seppur senza riuscirci.

Abbandonata la famiglia la sua vita si intreccerà con quella di una donna etiope e del suo bambino di un anno, di cui Zain diventerà fratello e poi padre. Costretti a separasi, farà ritorno a casa per recuperare i suoi documenti col desiderio di lasciare il paese, ma dai genitori apprende due tristi verità: lui, come tutta la sua famiglia, non esiste legalmente, la loro identità non è riconosciuta da nessuno stato; sua sorella è morta di parto poco dopo il matrimonio davanti alle porte dell’ospedale, dove non è stata ricoverata proprio per la mancanza di documenti.

Zain devastato dalla notizia cerca vendetta. Rinchiuso in carcere scopre che presto avrà una nuova sorella. Non gli resta che prendere una decisione drastica: fare causa ai suoi genitori per averlo messo al mondo, ma in particolare per impedire ad altri bambini di rivivere il dramma che è stata la sua vita fino ad allora.

La Labaki tramite l’espediente narrativo della causa intentata dal figlio contro i genitori, dona carattere simbolico ed universale a un’opera di natura documentaristica. L’importanza data agli sguardi, ai volti dei protagonisti bambini e le riprese aere evocano, fin da subito, film dalla potenza visiva di Lion e The Millionaire.

Riascolta la puntata di buio in sala dove parliamo di “Cafarnao”: https://www.tag24.it/podcast/buio-sala-26042019/

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