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Cardiomiopatia, ci vuole un lavoro di prevenzione, tra sportivo e medico

Cardiomiopatia, deve essere un lavoro responsabile di prevenzione, tra lo sportivo e il medico

Ecco alcuni motivi per i quali chi pratica lo Sport deve esercitare un importante lavoro che anticipi e limiti gli eventuali rischi

 

Scrivono per noi gli studenti dell’Istituto Professionale Vittorio Bachelet di Roma. Il tema è molto delicato, perché riguarda la Salute degli sportivi, e la essenziale quanto vitale opera di prevenzione da conservare sempre a portata di mano, per i dottori ma soprattutto per i praticanti. Siano essi dilettanti o professionisti.

 

Da uno studio condotto dall’Università di Padova è emerso che fra il 1980 e il 2015, su un totale di ben settecento atleti deceduti sotto i quaranta anni per morte cardiaca improvvisa, la cardiomiopatia aritmogena – la stessa patologia che ha colpito il capitano della Fiorentina Davide Astori – abbia inciso al ventisette per cento.

Rispetto a chi conduce una vita sedentaria, negli atleti questa patologia è cinque volte più incisiva. Secondo il parere uniforme della comunità scientifica, l’attività sportiva non è controindicata, ovvio, ma può essere svolta in forma minore grazie a terapie di supporto.

Per un’analisi più dettagliata della malattia è intervenuto ai microfoni di Radio Cusano Campus il Professor Carlo Piemontese, di ruolo cardiologo presso l’ospedale Sant’Anna di Como. “La cardiomiopatia – spiega il luminare medico – è una malattia genetica caratterizzata da una progressiva anomalia funzionale dovuta alla sostituzione del miocardio con tessuto adiposo”.

Essendo una malattia di origine genetica, non sempre all’interno di un elettrocardiogramma possono esserci segni patognomici della sua presenza. Fondamentale, quindi, la collaborazione del paziente in fase pre-sintomatica. “Conoscendo la storia clinica dei casi di morte cardiaca improvvisa nella famiglia del paziente – ha sottolineato il Professor Piemontese –  possiamo, infatti, andare a ricercare dei segni attraverso esami strumentali più specifici”. Il dottore della struttura sanitaria dell’università patavina, afferma poi: “Nelle forme di morte improvvisa degli atleti il sessanta-settanta per cento è rappresentato da malattie genetiche”. Ricollegandosi agli insegnamenti dei suoi vecchi professori di semeiotica clinica, il professore ha poi concluso ricordando come…“Solamente grazie alla collaborazione tra medico e paziente si può effettuare una corretta anamnesi al fine di perseguire un idoneo percorso diagnostico”.

Marco Varchetta

Istituto Vittorio Bachelet

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