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Manifesto anti aborto a Roma: scoppia la polemica sul web

“Tu eri così a 11 settimane. Tutti i tuoi organi erano presenti, il tuo cuore batteva già dalla terza settimana dopo il concepimento, già ti succhiavi il pollice. E ora sei qui perché tua mamma non ti ha abortito”. E’ una campagna che inevitabilmente avrebbe scatenato polemiche sui social, ma non solo. Anche le donne del Pd e della Lista Civica “RomaTornaRoma” hanno presentato una mozione “per chiedere al Campidoglio la rimozione immediata di questi manifesti”.

Affisso in via Gregorio VII a Roma, il più grande manifesto contro l’interruzione volontaria della gravidanza (sette metri per undici) ha già provocato l’indignazione sociale. Il prossimo 22 maggio saranno 40 anni dall’entrata in vigore della legge 194 del 1978, che appunto legalizzò l’aborto.

Manifesto anti aborto: le proteste e i commenti che ha provocato la campagna Provita

“Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza, fu chiamata la legge 194 del 1978, che ben poco si è preoccupata di tutelare la maternità, consentendo invece di sopprimere bambini non ancora nati”, spiegano da ProVita, “Dal 1978, sono stati più di 6 milioni quelli uccisi dall’aborto, senza contare le vite che si sopprimono in solitudine, tra le pareti domestiche, con le pillole abortive fra le quali la Ru 486, il pesticida umano, che ha già causato quasi 30 morti anche tra le donne che l’hanno assunta”.

L’ appello a Virginia Raggi

L’Associazione Vita di Donna Onlus, che da venti anni si occupa di tutelare la salute delle donne, ha lanciato la raccolta firme. Lo scopo è chiaro e ci si appella a Virginia Raggi per far togliere al più presto il manifesto «Contro l’integralismo religioso che aggredisce la 194, una legge dello Stato confermata da due referendum popolari. – la sintesi della petizione lanciata su change.org – Il prossimo 22 maggio la legge 194 compie 40 anni. Con l’avvicinarsi della ricorrenza, questa associazione di integralisti lancia con manifesto dai toni aberranti una campagna che offende le donne e gli uomini e aggredisce una legge dello Stato».

 

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