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Michele Anzaldi: la Rai doveva chiamare i cronisti che quel giorno c’erano

Michele Anzaldi, deputato del Pd e membro della Commissione di Vigilanza Rai, è intervenuto ai microfoni della trasmissione “Ho scelto Cusano”, condotta da Gianluca Fabi e Livia Ventimiglia su Radio Cusano Campus, emittente dell’Università Niccolò Cusano.

ERA IL 23 MAGGIO 1992…

Sono passati 25 anni da quando sull’autostrada A29, nei pressi dello svincolo di Capaci, morirono in un attentato Paolo Botsellino e la moglie Francesco Morvillo: “Abbiamo la fortuna di avere cronisti che ai tempi della strage di Capaci c’erano e che possono raccontare la propria testimonianza –ha affermato Michele Anzaldi-. Purtroppo però il servizio pubblico ha intrapreso un’altra strada. Era l’occasione per marcare la differenza tra una qualunque tv e la Rai. C’erano le interviste storiche, esclusive Rai. Sarebbe stato anche un atto dovuto verso quei giornalisti che sono stati minacciati e molti sono dovuti scappare da Palermo.”

MICHELE ANZALDI CONTINUA SPIEGANDO COME  QUESTE TEMATICHE SIANO VIVE NEI RICORDI DEGLI ITALIANI

“Queste sono tematiche ancora vive nella memoria delle persone, farle gestire ad autori che ai tempi avevano 12 anni è un’altra cosa rispetto a farle raccontare da chi era lì. Il servizio pubblico non deve inseguire lo show. Non è la prima volta che la Rai sbaglia in questo campo. Voglio pensare – continua Michele Anzaldi – che si sia trattato solo pressapochismo, sciatteria e la rincorsa dell’audience. Serviva il racconto di una storia vera, l’orgoglio di un’azienda, l’orgoglio di un ordine professionale. Sono argomenti per cui non abbiamo bisogno del commento del vip di Ibiza di turno”.

A Radio Cusano Campus è intervenuto anche Gianfranco Danna (giornalista Rai, che dopo la strage di via D’Amelio intervistò il giudice Caponnetto) per raccontare la sua testimonianza. “Caponnetto mi disse: è finito tutto. Mi misi a piangere. Non ho ricevuto minacce dalla mafia. La mafia quando decide di eliminare qualcuno lo elimina, non lo minaccia. Ho ricevuto una telefonata all’alba da Fernando Masone, che a quei tempi era capo della polizia, che mi disse in napoletano: ‘Devi stare attento, o te ne vai da Palermo o te ne vai’. Mi disse questo perchè un mafioso aveva rivelato ai magistrati che era stato predisposto il mio assassinio. Avevano programmato di uccidermi all’uscita dalla mia abitazione mentre accompagnavo mio figlio all’asilo. Mi si sono rattrappite le ossa, ma ho chiesto di restare a Palermo per continuare a fare il mio lavoro. Poi però il direttore generale mi ha chiesto di trasferirmi e sono andato alla redazione esteri del Tg2”.

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