Spettacolo

Igor Righetti: “Vi racconto mio zio Alberto Sordi”

Igor Righetti, giornalista professionista, autore e conduttore radiotelevisivo, papà del programma di culto Il ComuniCattivo e docente universitario di Comunicazione, è intervenuto questa mattina ai microfoni di Radio Cusano Campus. Per ricordare il celebre zio ha creato la pagina Facebook Alberto Sordi Forever e nel corso di ECG, con Roberto Arduini e Andrea Di Ciancio, ha svelato alcuni aneddoti legati ad Alberto Sordi proprio nel giorno in cui ricorrono i quattordici anni dalla sua scomparsa. 

Tutti hanno sempre pensato che la targa che si trova nel quartiere di Trastevere, in via San Cosimato, dove il 15 giugno del 1920 nacque Alberto Sordi fosse stata realizzata dalle Fondazioni Alberto Sordi o dal Comune di Roma. E invece…

“Invece no”, risponde il nipote di Alberto Sordi, Igor Righetti. “La targa, sotto la quale migliaia di romani, turisti italiani e stranieri si fanno fotografare, è stata ideata e realizzata nel 2012 a proprie spese da due trasteverini Doc, Massimo e Walter come atto di devozione verso l’uomo e l’attore Alberto Sordi. La casa di Alberto, in effetti, si trovava dall’altro lato della strada come riportato in modo corretto sulla targa. La famiglia viveva in un appartamento modesto di proprietà del demanio. Il fabbricato fu demolito agli inizi degli anni Trenta. I politici romani lo considerarono quando, il 15 giugno del 2000, in occasione del suo ottantesimo compleanno, l’allora sindaco di Roma Francesco Rutelli si tolse la fascia tricolore e per un giorno la affidò ad Alberto, già soprannominato da tutti l’ ottavo re di Roma. D’altronde, come disse lo scrittore Furio Scarpelli, mio zio Albertone aveva saputo monumentalizzare il suo essere romano. Dopo la sua morte, i politici romani, a differenza degli italiani che continuano ad amarlo, hanno fatto in fretta a dimenticarlo.

Alberto Sordi e il suo pensiero sulla Roma degli ultimi anni: “Nei suoi ultimi anni di vita soffriva per come era stato ridotto il centro storico della capitale, deturpato dal traffico e dai rifiuti. Non gli piaceva, la amava perché c’era nato e perché diceva che non avrebbe saputo vivere in nessun’altra città del mondo.  Alberto affermava che Roma non era una città qualunque e che il degrado era stato causato dal fatto di aver allargato le braccia a tutti. Alberto avrebbe chiuso il traffico in tutto il centro storico. Amava dire che leggendo al contrario la parola Roma si ottiene “amor” e quindi rispetto. Rispetto per una città da amare ma anche da trattare con delicatezza. Roma – ripeteva – è il gioiello che tutto il mondo ci invidia, è il giardino del pianeta, dovremmo farci in quattro per salvaguardarlo. Chissà che cosa potrebbe dire vedendo Roma oggi. Sui romani Alberto diceva: “Non parlano in dialetto, si esprimono male perché sono pigri”, ma ricordava che i più grandi doppiatori sono romani. Dava la colpa all’indole dei romani che rende loro difficile correggere le doppie.  Il produttore Dino De Laurentiis propose ad Alberto di trasferirsi in America ma lui gli rispose che conosceva bene gli italiani, i loro pregi e i difetti. “La mia Hollywood – disse – è stata sul Tevere, sul Po, sul Piave, sul Volturno non a Beverly Hills”, racconta il nipote Igor Righetti.

Continuando a parlare di Alberto Sordi, Igor Righetti svela poi quello che fu un rimpianto dello zio: “Tuttora amato e conosciuto in tutto il mondo, nella sua lunga carriera artistica durata oltre cinquant’anni ha ricevuto numerosi e prestigiosi riconoscimenti: 9 David di Donatello, 6 Nastri d’argento, un  Orso d’oro e un Orso d’argento a Berlino, un Golden Globe e il Leone d’oro alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia ma aveva un rimpianto: quello di non essere mai stato candidato dall’Italia agli Oscar. Però era speranzoso, ricordava sempre che Charlie Chaplin lo aveva ricevuto a 83 anni. Invece Alberto è morto proprio a 83 anni ma l’Oscar non è mai arrivato.

Ma forse il fatto di essere così popolare e così amato da tutte le fasce di età e di ceto sociale hanno giocato a suo svantaggio. Per gli snob della cultura queste caratteristiche sono ancora oggi viste come negative: “In effetti Alberto non ha mai amato i critici cinematografici e la loro aria di superiorità che faceva apprezzare i grandi talenti soltanto dopo morti. Diceva: “Questo è un Paese dove i critici si commuovono solo davanti ai sarcofagi. Vedrete, con Franchi e Ingrassia faranno quello che hanno fatto con Totò: verranno beatificati solo dopo morti. E pensare che Alberto è ancora molto amato anche nel Sud e Centro America, in Russia, in Australia e negli Stati Uniti. Proprio in America, nel 1997, Los Angeles e San Francisco gli dedicarono una rassegna di 24 film dal titolo”Alberto Sordi: Italy’s everyman” che riscosse un grandissimo successo e, a metà degli anni ’80, si svolse un’importante retrospettiva dei suoi film  a New York.  Una soddisfazione, postuma, Alberto l’ha avuta a marzo del 2003, un mese dopo la sua morte: in un filmato in cui comparivano grandi attori e registi scomparsi come Billy Wilder apparve l’immagine del suo faccione in una sequenza del film  diretto da Ken Annakin “Quei temerari sulle macchine volanti” del 1965. Oscar o meno continuerà a rimanere nella memoria di tutti. Alberto mi diceva che la voce e l’immagine continuano a vivere anche dopo la morte. È  vero, Alberto non è più tra noi ma i suoi film lo hanno reso immortale. Un artista che ha dedicato la propria vita al suo pubblico che considerava una famiglia, quello stesso pubblico che non lo dimenticherà mai e che lo rimpiange perché dopo di lui è stato gettato lo stampo.

Infine, da Igor Righetti, nipote di Alberto Sordi, qualche aneddoto su alcuni film: “La celeberrima frase pronunciata dal Marchese del Grillo «Ah… me dispiace. Ma io so’ io… e voi nun siete un cazzo!» è una citazione da un sonetto del Belli espressa a modo suo dal grande Albertone. Nella celebre scena del film “Amore mio aiutami” del 1969  girata sulla spiaggia di Sabaudia, in cui Alberto si scaglia su Monica Vitti inseguendola e picchiandola per diversi minuti, la controfigura della bionda attrice romana era una giovanissima Fiorella Mannoia (allora quindicenne). Anche nel film in tre episodi “Le coppie” del 1970, sempre con Alberto Sordi, Fiorella Mannoia girò la scena al posto di Monica Vitti la quale non se la sentì di affrontare un leone neppure protetta da un vetro. Nel film “Romanzo di un giovane povero” del 1995 per la regia di Ettore Scola e sempre con Albertone, invece, la madre di uno studente è interpretata da Barbara D’Urso”.

Sordi aveva un legame incredibile con i cani: “Alberto amava gli animali tanto quanto gli esseri umani e diffidava di coloro che li maltrattavano  perché diceva che non avrebbero esitato a fare lo stesso verso i propri simili. Albertone ebbe 18 cani, di tutte le razze: li teneva in casa, dormivano sui letti, facevano vita di famiglia. Alla loro morte, Alberto li seppelliva nel giardino della villa in via Druso. Su ogni sepoltura piantava delle rose a memoria di quelli che lui definiva amici veri e compagni fedeli. Tra Alberto e i cani c’era un rapporto di piena libertà e rispetto tanto è vero che lui li definiva “persone”.

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