03 Oct, 2026 - 10:16

"La città dei vivi": Edoardo Gabbriellini racconta la storia di Luca Varani

"La città dei vivi": Edoardo Gabbriellini racconta la storia di Luca Varani

Dieci anni fa, esattamente il 4 marzo 2016, Luca Varani veniva ucciso in un appartamento della periferia romana da Manuel Foffo e Marco Prato. Tra la mattina e il primo pomeriggio di quel 4 marzo si consumò una tragedia inspiegabile, al decimo piano di un palazzo sito in via Iginio Giordani 2,  nel quartiere Collatino. Ma chi era Luca Varani? Ce lo ha raccontato lo scrittore Nicola Lagioia nel 2021 all’interno del suo libro La città dei vivi.

All’epoca dell’omicidio Luca Varani aveva compiuto 23 anni da appena un mese e mezzo, viveva con i genitori nel quartiere La Storta, nella periferia nord della capitale, dove era anche cresciuto. Dal 2007 era fidanzato con una ragazza di nome Marta Gaia Sebastiani, con la quale stava progettando di andare a convivere. Proprio per questo, Varani aveva deciso di lasciare la scuola serale, rinunciando momentaneamente a conseguire il diploma di maturità, per iniziare a lavorare come apprendista in un’officina meccanica, che aveva una parte destinata alla carrozzeria. 

Luca, però, portava con sé il peso di un trauma mai davvero affrontato: nato a Sarajevo, nell’ex Jugoslavia, il 23 gennaio del 1993, fu abbandonato in un orfanotrofio dove trascorse le sue prime settimane. Furono poi i coniugi Varani, Silvana e Giuseppe, arrivati dall’Italia, ad adottarlo. Pur essendo stato allevato sin dalla tenera infanzia in un contesto familiare piuttosto stabile, evidentemente questo peso continuava in qualche maniera a perseguitarlo, perché Luca iniziò a mostrare i primi segnali di smarrimento esistenziale nell’adolescenza. Lasciò il liceo in seguito a una bocciatura, negli anni successivi si iscrisse alle scuole serali senza successo, e la sua storia sentimentale con Marta Gaia era segnata da momenti di crisi improvvise, durante le quali il ragazzo tendeva ad allontanarsi dopo aver perso la calma. Nonostante aiutasse il padre con l’attività di venditore ambulante di dolciumi a bordo di un camioncino mobile, presso fiere e giostre, Luca passava molto del suo tempo da perdigiorno. Senza un’aspirazione o uno scopo ben preciso da perseguire, si era così ritrovato a svolgere di nascosto un lavoro che gli sarebbe costato la vita.

Durante le indagini svolte successivamente al suo brutale assassinio, si scoprì che il ventitreenne da qualche mese aveva preso di tanto in tanto a prostituirsi con altri uomini in cambio di danaro, alcol e droghe. E fu così che conobbe Marco Prato e Manuel Foffo. Il primo, nato a Roma il 14 giugno 1986, ventinovenne al momento del delitto, lavorava come PR e organizzatore di eventi. Prato, inoltre, soffriva di disturbo bipolare e di disturbi del comportamento, che trattava con una cura farmacologica. Parallelamente faceva però uso di droghe pesanti e risultò poi che avesse interrotto l’assunzione degli psicofarmaci cinque giorni prima dell’omicidio. Foffo, invece, era uno studente fuori corso di giurisprudenza, nato anche lui a Roma nel 1987, ventottenne nel marzo del 2016, e proveniva da una famiglia di origini molisane della provincia di Campobasso. Il padre, Valter Foffo, era il proprietario del noto ristorante Dar Bottarolo, a Pietralata.

Ebbene, Foffo e Prato, la mattina del 4 marzo, contattarono Varani e gli chiesero di raggiungerlo nell’abitazione di Manuel per fornire a entrambi prestazioni sessuali. Quel che Luca non sapeva era che i due, rinchiusi in quell’appartamento ormai da tre giorni, avevano deciso di uccidere qualcuno per capire cosa si provasse. Varani era giunto sul luogo dell’incontro all’incirca alle 8:30 e gli era subito stato servito un cocktail drogato con un farmaco chiamato Alcover, al fine di stordirlo. A quel punto, Marco e Manuel cominciarono a colpirlo a martellate e ad accoltellarlo, subito dopo lo portarono in camera da letto dove lo legarono e lo torturarono per ore. Gli furono tagliate le corde vocali per impedirgli di lamentarsi, gli furono inferti 100 colpi tra coltellate e martellate, gli fecero saltare i denti e gli spezzarono le dita. 

Foffo, nel 2017, fu condannato alla pena di trent’anni da scontare nel carcere di Rebibbia, dove si trova tuttora. Prato nella notte tra il 19 e il 20 giugno 2017 si suicidò in una cella della prigione di Velletri, infilando la testa in un sacchetto di plastica riempito di gas. Il suo processo sarebbe dovuto iniziare il 21 giugno 2017. La vicenda, che rappresenta l’esatto contrario della banalità del male, scosse moltissimo l’Italia intera per l’efferatezza del crimine e per l’assenza di movente. Ma, come accade spesso nei casi di cronaca nera, la figura della vittima è stata lasciata più volte in secondo piano e ci si è concentrati piuttosto sui due mostri che lo hanno ucciso, per soddisfare il prurito macabro dell’orrore. 

Ma non nel libro di Nicola Lagioia, dove, invece, viene fatta anche una ricostruzione della vita di Luca e del contesto in cui è cresciuto e nel quale viveva. Il tutto per riuscire ad analizzare come sia possibile a livello sociale arrivare ad un delitto inumano del genere. Il punto più importante di questa storia sul quale riflettere riguarda lo smarrimento giovanile vissuto da Luca e come lo abbia portato sulla strada dei suoi aguzzini. E non per attribuirgli una corresponsabilità della sua stessa tragica e ingiusta morte, ma per capire cosa può aver spinto un ragazzo di vent’anni a vendere il proprio corpo per trovare una fonte di ingente guadagno. Fenomeno che, purtroppo, ormai è in forte crescita. Un altro aspetto fondamentale è riconoscere che Luca non sia una vittima di serie B, nonostante le sue scelte di vita. 

Infatti, nel film La città dei vivi, liberamente ispirato al libro omonimo di Lagioia, si racconta molto di Luca e poco del delitto, che invece giunge alla fine quasi in punta di piedi. L’opera è il quarto lungometraggio di finzione del cineasta livornese Edoardo Gabbriellini, il celebre attore di Ovosodo (1997), diretto da Paolo Virzì. La narrazione è sempre focalizzata sul protagonista, interpretato da Emanuele Maria Di Stefano, ma si sviluppa in una Roma dalla periferia claustrofobica, proprio a voler rendere palpabile il senso di angoscia e di disillusione vissuti dagli adolescenti e dai ventenni di oggi. La gioventù dei margini, quella incapace di immaginare un futuro, perché non le vengono forniti abbastanza strumenti atti a creare obiettivi lavorativi che portino al raggiungimento di una piena indipendenza.

La città dei vivi è un film che ti entra dentro per restare incollato fino alle ossa. Possiede addirittura la capacità di perseguitarti. E non perché ricordi la mostruosità dell’omicidio Varani, ma perché ti fa conoscere Luca e il tormento interiore che lo angustiava, rimasto sempre inespresso. Ti fa pensare a un ragazzo che si poteva salvare, al quale avrebbe potuto appartenere un destino diverso. Ti fa capire, inoltre, che era molto amato dalla mamma e dal papà e che, a volte, la cattiva sorte dei figli non è necessariamente colpa dei genitori. Dalla narrazione traspare, difatti, un giovane uomo afflitto da un animo inquieto, che non era capace di trovare il suo posto nel mondo. 4,3 stelle su 5.

 

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