Immaginate di vivere in un luogo dove sembra esserci una calma rassicurante eppure, a pochi chilometri da voi, ci sia una terra così dannata da apparire come la bocca dell’inferno. Le macerie degli edifici crollati continuano ad accumularsi; quel che resta delle strade è ricoperto di polvere di cemento e di corpi senza vita, da cui si solleva un odore acre di morte che si diffonde ovunque. Ci sono bambini mutilati con il volto ricoperto di terra impastata con la cenere, che giocano a una manciata di metri di distanza dalle fosse comuni, dove giacciono i cadaveri in decomposizione di persone ormai senza più identità. Il buio della notte viene illuminato dall’esplosione delle bombe lanciate sui soli edifici rimasti in piedi. Ci sono cani affamati che si cibano delle carni ancora calde delle salme più recenti e genitori che stringono tra le braccia le spoglie dei figli piccoli, avvolte in lenzuoli logori. Aleggia un silenzio inquietante, che viene interrotto un attimo dai lamenti e quello dopo dal suono degli scarponi militari che marciano sicuri sull’asfalto. Il rumore degli spari di fucile e quello degli scoppi degli ordigni che piovono dall’alto rimbomba, assordando i timpani.
Adesso immaginate che il Primo Ministro del vostro Paese vi ripeta continuamente che quella terra disseminata di distruzione, in realtà, vi appartenga, che vi spetti di diritto. Che sia già vostra e che i pochi superstiti che la abitano siano nemici che minacciano la tranquillità del Paese. Fate ancora uno sforzo e provate a immaginare che quello stesso Primo Ministro, in verità, tenga le fila di una guerra che non vuole che finisca e che vi stia imboccando a cucchiaiate d’odio, facendovi percepire le vittime di quel conflitto ingiusto come una minaccia terroristica. Senza distinzione, unendo la difesa armata coi civili, bambini compresi. È questo ciò che ricostruisce The Bibi Files, il documentario del 2024, distribuito nelle sale cinematografiche italiane dal 30 settembre 2026, diretto dalla documentarista sudafricana Alexis Bloom.
Il lungometraggio parte mantenendosi su un profilo piuttosto basso, iniziando dalle registrazioni degli interrogatori svolti dalla polizia israeliana a Benjamin Netanyahu, a sua moglie Sara, a suo figlio Yair e ad alcuni membri dello staff presidenziale, in merito alle accuse di corruzione che hanno coinvolto il capo del governo. Si comincia dai sigari e dalle bottiglie di champagne che Netanyahu ha ricevuto in dono dal produttore cinematografico Arnon Milchan e dal miliardario James Packer, presumibilmente in cambio di favori istituzionali. Poi si passa ai gioielli acquistati per la consorte Sara Netanyahu dalla collaboratrice di Milchan, Hadas Klein. E ancora, viene mostrato il tentativo di Benjamin Netanyahu di influenzare la stampa e i suoi rapporti torbidi con alcuni editori e dirigenti dei media, nonché le pressioni esercitate sul proprietario di Walla! News e del gruppo Bezeq.
Avanzando attraverso tutto questo, si arriva sul finale al punto più saliente del documentario: il famosissimo 7 ottobre 2023. Che cosa c’entra il Primo Ministro israeliano con l’attacco terroristico perpetrato da Hamas, che ha causato 1200 morti in Israele, tra civili, militari e turisti, e 251 ostaggi portati a Gaza? Ebbene, secondo le ricostruzioni documentaristiche, almeno dal 2018, Benjamin Netanyahu avrebbe stretto un accordo con il Qatar per finanziare di nascosto Hamas. Come se ancora non fosse stato abbastanza chiaro, quel che traspare da The Bibi Files è il ritratto di un uomo senza coscienza, di un subdolo prevaricatore che abusa della sua posizione, ingannando i cittadini che rappresenta al fine di sterminare la popolazione vicina e portare il suo potere sempre più in alto.
Il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, detto Bibi, che ha complessivamente ricoperto l’incarico più a lungo nella storia di Israele — primo mandato dal 1996 al 1999, secondo mandato dal 2009 al 2021, terzo mandato dal 2022 ad oggi — sembra essersi accomodato così bene sulla poltrona istituzionale da aver scambiato una democrazia parlamentare per un regime monarchico. Parrebbe essere davvero convinto che lui e la sua famiglia siano i reali di un regno che non esiste, al punto da immaginare già di cedere il suo posto al figlio Yair quando non sarà più in grado di governare. Ma questo non è un romanzo di Sacks e non siamo davanti al caso di un uomo che ha scambiato sua moglie per un cappello. Ci ritroviamo dinnanzi ad un individuo che abusa da anni della sua carica politica solo in cerca dei propri interessi. E non importa se questo è costato al mondo il sacrificio disumano di oltre 74.000 persone e potrebbe causare la morte in massa della stessa popolazione che governa.
Netanyahu, come in preda ad un delirio di onnipotenza, agisce per sé, sicuro che comunque vada lui rimarrà in piedi. Tuttavia, sarebbe troppo facile attribuire soltanto a lui le colpe del genocidio palestinese. La verità è che l’Europa e gli Stati Uniti hanno le mani e il volto macchiato di sangue, perché, tra finanziamenti e armi fornite allo Stato di Israele, o anche per chi si è mantenuto neutrale, nessuno è stato davvero in grado di fermare una catastrofe che si sta ancora consumando sotto gli occhi di tutti. La Striscia di Gaza oggi assume la forma del piccolo corpicino di un bimbo lacerato dalle bombe, che giace senza vita su un cumulo di macerie e su migliaia di altri cadaveri senza volto. Quanti morti ci servono ancora prima di poter mettere la parola fine alla guerra in Palestina?