C'è una data, sul calendario del Pd, che qualcuno guarda con soddisfazione e qualcun altro con un filo di ansia: 13 marzo 2027, scadenza naturale del mandato di Elly Schlein. Un traguardo che, banale dirlo, banale non è affatto: nessun segretario prima di lei c'era mai arrivato. Da Veltroni a Bersani, da Renzi a Zingaretti, tutti dimessi in anticipo, chi per una sconfitta elettorale bruciante, chi per logoramento interno. Schlein, quattro anni dopo la vittoria alle primarie contro Bonaccini alla Nuvola dell'Eur, è ancora lì. E la cosa, al Nazareno, comincia a somigliare a un piccolo miracolo statistico.
Il primato, però, porta con sé un problema tutto nuovo: la cosiddetta prorogatio. Per ora tra i parlamentari dem non circola alcuna richiesta di un passaggio tecnico che allunghi la segreteria di qualche mese, e la linea ufficiale è che nessuno metta in discussione la leadership. Ma un dirigente di lungo corso avverte che senza una base giuridica solida, ogni atto della segretaria rischierebbe di essere impugnato. Un dettaglio da azzeccagarbugli che potrebbe trasformarsi in un grattacapo enorme proprio a ridosso delle elezioni politiche.
Al Nazareno c'è chi giura che un congresso vero, con Schlein che rimette in palio la guida del partito, sarebbe stato utile mesi fa, quando le urne sembravano lontane. Oggi, con le politiche alle porte, l'ipotesi è considerata quasi un lusso che nessuno può permettersi.
Sul fronte della coalizione, la linea della segretaria resta granitica: candidato premier sarà chi vince le primarie, o chi prende un voto in più alle elezioni in assenza di primarie. Ma dentro il perimetro dem non tutti sono così convinti che i gazebo siano la strada giusta. C'è chi, dalla sinistra interna, propone apertamente di congelarli, incassando però un secco no dalla stessa area politica di appartenenza. C'è chi, con più prudenza, ammette che un sondaggio tra l'elettorato di centrosinistra rivelerebbe più scetticismo che entusiasmo. E c'è persino ai vertici del partito chi mette un pesante condizionale davanti all'intero meccanismo, rimandando la decisione a quando il perimetro della coalizione sarà davvero definito.
Il paradosso più curioso arriva proprio dall'area più critica verso la segretaria negli anni passati: i riformisti. Con Giuseppe Conte ancora in campo come principale competitor, il fronte interno che più aveva litigato con Schlein su politica estera e riarmo si ritrova oggi a difenderne a spada tratta la leadership, blindando il voto in assemblea. L'ipotesi di un "nome terzo" per pacificare i duellanti circola, ma senza reale seguito. Prevale piuttosto un argomento semplice: se un diritto a guidare il Paese viene riconosciuto a Meloni in quanto leader del partito di maggioranza, lo stesso diritto non può essere negato a chi guida il primo partito dell'opposizione.
Tra record inedito, coincidenze di calendario e un partito ancora diviso su primarie e alleanze, la strada di Schlein verso il traguardo pieno si preannuncia tutt'altro che una passeggiata. Il countdown, ufficialmente, è già iniziato.