A pochi minuti dall’inizio di Balcanica, l’esordio cinematografico del regista e sceneggiatore Nicola Sorcinelli, lo spettatore precipita nei profondi occhi chiari e malinconici di Matilda De Angelis e in quelli bellissimi dallo sguardo tagliente e tormentato di Ivar Wafaei, in cui appare nitido il ritratto di un’umanità stanca dal cuore trafitto.
Nel 2021, in Afghanistan, dopo la riconquista talebana del potere, la musica viene proibita. Nazar (Babak Karimi), anziano direttore d’orchestra afghano, e suo figlio Jalil (Ivar Wafaei), giovane suonatore di tuba, tentano la fuga dal Paese intraprendendo un rischioso viaggio a piedi lungo la via balcanica nella speranza di raggiungere l’Italia. Dopo aver subito una violenta aggressione da parte della polizia di frontiera, i due scappano e cercano riparo in un edificio abbandonato insieme ad altri profughi. Fanno dunque la conoscenza di Greta (Matilde De Angelis), un medico italiano alla prima missione umanitaria. Ed è così che tra Greta e Jalil si instaura subito una profonda connessione umana.
Uno degli aspetti più disumanizzanti dei regimi dittatoriali è il tentativo di annientare l’individualità attraverso il soffocamento di ogni forma di creatività artistica. Quando la censura colpisce anzitutto l’arte, l’effetto più lampante che pare si voglia sortire è quello di strappare la vitalità da ogni individuo, con l’obiettivo di rendere le masse stanche, non reattive e, pertanto, più controllabili. E questo sia che si tratti di una dittatura di destra, sia che si tratti di una dittatura di sinistra. Difatti, Balcanica non è un film che racconta la politica, che invece viene lasciata piuttosto in disparte. La repressione è pressoché invisibile, è come uno spettro che, minaccioso, aleggia nell’ombra ai piedi delle montagne.
Sorcinelli non lascia spazio alla retorica, ma si concentra solo sulla rappresentazione di un doloroso incontro umano tra anime in pena. Il regista fa una scelta di sottrazione, nella quale a parlare sono i silenzi, gli sguardi e la tensione narrativa. Balcanica è un film che si lascia governare dal minimalismo per raccontare la sua storia attraverso i volti. I colori della fotografia propendono verso i toni freddi per enfatizzare la disperazione attraverso le immagini, anziché le parole. Ed è tramite il silenzio che si comprende maggiormente il senso di grave sconforto esistenziale e di disillusione dei protagonisti.
Balcanica, per me, sottolinea proprio questo: il dolore non possiede confini territoriali o linguistici. Può appartenere a tutti gli uomini, indistintamente. Nell’opera prima di Nicola Sorcinelli la fuga rappresenta sì la resistenza individuale ai regimi oppressivi, ma anche un viaggio che non conosce vie di mezzo: o finisci per smarrire te stesso, deponendo le armi, o comprendi ancor di più quale sia la tua identità e per quale causa sia giusto morire. Resistere significa anche decidere che non è accettabile vivere in un sistema che moralmente non ci rappresenta e scegliere piuttosto di andare incontro alla morte. Balcanica mostra allo spettatore una tra le più splendide caratteristiche umane: l’ostinatezza nel voler mantenere a tutti i costi la propria vita riconoscibile. 3,9 stelle su 5.