David Alaba all’Udinese fa notizia. E non potrebbe essere altrimenti. Un calciatore che ha vinto quattro Champions League, dieci Bundesliga, due Liga e decine di altri trofei non è un nome qualsiasi, soprattutto quando arriva in Serie A a parametro zero dopo aver lasciato il Real Madrid.
Ma proprio per questo l’operazione racconta qualcosa che va oltre il mercato dell’Udinese. Racconta anche una tendenza del nostro campionato: quando arriva una grande stella internazionale, dobbiamo chiederci se stiamo assistendo alla rinascita di un campione oppure all’ultimo capitolo di una carriera ormai lontana dai livelli migliori.
Alaba, 34 anni, non è certamente un giocatore qualunque. Il curriculum parla per lui e sarebbe assurdo cancellarlo soltanto perché gli ultimi anni sono stati complicati dagli infortuni. Il Real Madrid ha ufficializzato a maggio la fine della sua esperienza dopo cinque stagioni e 131 partite, nelle quali l’austriaco ha conquistato 11 trofei, comprese due Champions League.
Il problema, però, è un altro. E riguarda il presente.
Nelle ultime stagioni la continuità è diventata il grande punto interrogativo della sua carriera. La scorsa stagione con il Real Madrid ha collezionato 16 presenze complessive secondo i dati ufficiali del club, mentre la sua esperienza madrilena è stata pesantemente condizionata dalla grave lesione al ginocchio del dicembre 2023 e dai successivi problemi fisici.
Questo non significa che Alaba non possa essere utile all'Udinese. Anzi, il contesto potrebbe persino favorirlo. I friulani hanno iniziato la stagione concedendo 11 gol nelle prime cinque giornate e hanno avuto diversi problemi nel reparto difensivo. L'arrivo di un giocatore con la sua esperienza può quindi avere una logica tecnica precisa, non soltanto commerciale.
Ma proprio qui nasce la domanda più interessante: la Serie A sta ancora attirando grandi giocatori nel pieno della loro maturità oppure sempre più spesso diventa il luogo nel quale le vecchie stelle cercano l'ultimo capitolo della carriera?
Perché le due cose possono essere vere contemporaneamente.
Alaba arriva dal Real Madrid, ma non è più l'Alaba che dominava con il Bayern Monaco o quello che Ancelotti utilizzava nelle grandi notti europee.
Ed è questo il punto sul quale bisognerebbe soffermarsi.
Nel calcio esiste una fascinazione comprensibile per il curriculum. Basta leggere "Real Madrid", "Bayern", "Champions League" e il giocatore assume immediatamente un'aura diversa. Ma il calcio non si gioca sul palmares. Si gioca sulle gambe, sulla condizione fisica, sulla continuità, sulla capacità di reggere il ritmo.
Il rischio, per la Serie A, è quello di confondere il prestigio del passato con il valore del presente.
E non sarebbe nemmeno un problema soltanto di Alaba. Negli ultimi anni il campionato italiano ha spesso accolto giocatori arrivati dopo aver vissuto il momento migliore della propria carriera. Alcuni hanno lasciato un segno, altri molto meno. Il confine tra "grande occasione" e "operazione nostalgia" è sottile e spesso lo stabilisce soltanto il campo.
Da questo punto di vista, però, sarebbe ingeneroso considerare l'operazione dell'Udinese soltanto come una sorta di pensione dorata.
Il club friulano non sta comprando il ricordo di Alaba. Sta cercando un difensore per una squadra che ha bisogno di maggiore solidità. E il parametro zero consente di assumersi un rischio diverso rispetto a un investimento oneroso sul cartellino.
In più, Alaba può portare qualcosa che non compare nelle statistiche: leadership, abitudine alle pressioni, cultura della vittoria, capacità di leggere determinate situazioni della partita. Sono qualità che possono avere un peso particolare in uno spogliatoio giovane.
Il problema sarà capire quanta parte di quel giocatore esista ancora.
Perché se Alaba riuscisse a ritrovare una buona continuità fisica, l'Udinese avrebbe realmente pescato un campione dal mercato degli svincolati. Se invece gli infortuni dovessero impedirgli di giocare con regolarità, il grande nome rischierebbe di diventare soprattutto una suggestione.
È questa, forse, la domanda più importante.
Perché ogni volta che un grande campione sceglie l'Italia siamo portati a festeggiare il colpo. E certamente avere Alaba in Serie A aumenta il fascino del campionato. Ma non basta più il nome.
La Serie A dovrebbe chiedersi se vuole essere il torneo nel quale i grandi campioni arrivano quando hanno ancora qualcosa da dimostrare oppure quello nel quale vengono a chiudere una carriera straordinaria.
Sono due prospettive completamente diverse.
Nel primo caso, il campione sceglie l'Italia perché considera il nostro calcio ancora una tappa importante della propria carriera. Nel secondo, la Serie A diventa una destinazione perfetta per chi ha già dato il meglio altrove: un campionato prestigioso, un ambiente ancora affascinante, una nuova esperienza e, inevitabilmente, la possibilità di aggiungere qualche ultimo contratto importante al proprio percorso professionale.
E sarebbe ipocrita negare che anche il calciatore abbia il diritto di farlo. Una carriera dura poco e ogni professionista cerca di massimizzare le proprie opportunità finché può. Non c'è nulla di scandaloso nel voler guadagnare ancora e nel voler continuare a giocare.
Ma il problema non riguarda il giocatore.
Riguarda il sistema che lo accoglie.
Alaba, in questo senso, può essere considerato quasi un caso di scuola.
Se l'austriaco torna a essere un difensore importante, l'Udinese avrà realizzato un'operazione intelligente e la Serie A avrà aggiunto al proprio campionato un campione capace di alzare il livello.
Se invece il suo rendimento sarà inevitabilmente quello di un giocatore arrivato alla fine del percorso, resterà comunque un'operazione suggestiva, ma soprattutto testimonierà una tendenza diversa: quella di un calcio italiano che continua ad avere fascino, ma che sempre più spesso può rappresentare una seconda occasione per campioni che hanno già vissuto il loro momento migliore.
Ed è qui che la domanda iniziale torna inevitabilmente a galla: la Serie A merita ancora questi giocatori?
Forse la domanda dovrebbe essere ribaltata.
Non se la Serie A meriti Alaba, ma se Alaba abbia ancora bisogno della Serie A per dimostrare di essere Alaba.
La risposta, come sempre, non arriverà dal curriculum. Arriverà dal ca