La Juventus dovrà pagare una multa di 10mila euro per quanto accaduto durante il minuto di raccoglimento dedicato a Sandro Mazzola prima della partita contro l'Atalanta. Una parte della Curva Sud si è voltata di spalle al campo e dagli stessi settori sono partiti cori per Gaetano Scirea, Andrea Fortunato e Gianni Agnelli. Il resto dello Stadium, invece, ha applaudito Mazzola.
Il comportamento di quei tifosi è stato assurdo e non merita particolari attenuanti. Ma proprio per questo la sanzione alla Juventus apre una domanda diversa, forse ancora più interessante: perché a pagare deve essere la società per colpa di una parte di pseudo tifosi?
Non è una domanda che vuole giustificare quanto accaduto. Anzi. Chi sceglie deliberatamente di non rispettare un minuto di raccoglimento si assume la responsabilità del proprio gesto. Il punto è un altro: quanto può essere ritenuta responsabile una società per qualcosa che non ha organizzato, non ha chiesto e che ha immediatamente condannato?
La Juventus cosa poteva sapere?
È questa la domanda da cui partire.
Prima di Juventus-Atalanta nessuno poteva sapere che una parte del pubblico avrebbe deciso di voltarsi durante il minuto dedicato a Mazzola. Non c'era una posizione ufficiale della Juventus in quella direzione, non c'era un'indicazione della società e non c'era alcun motivo per pensare che il club volesse trasformare la commemorazione in un'altra occasione di rivalità con l'Inter.
Il gesto è nato dalla decisione autonoma di una parte del tifo organizzato.
E soprattutto, una volta accaduto, la Juventus ha immediatamente preso le distanze.
Non il giorno dopo. Non dopo la decisione del Giudice sportivo. Non dopo una settimana di polemiche.
Nella stessa serata di Juventus-Atalanta, il club ha pubblicato una nota ufficiale sui propri canali.
Le parole della società sono state chiarissime:
«Non c'è rivalità che possa giustificare la mancanza di rispetto durante un minuto di silenzio. Onorare la memoria e unirsi nel ricordo durante i momenti di commemorazione rappresenta una responsabilità comune che trascende appartenenze e colori».
Non è una frase ambigua. Non lascia spazio a interpretazioni.
La Juventus ha condannato il comportamento.
E allora la domanda diventa ancora più difficile da ignorare: se la società non sapeva che sarebbe successo, non lo ha organizzato, non lo ha incoraggiato e lo ha condannato immediatamente, perché alla fine è comunque la società a pagare?
Bisogna fare una distinzione che nel dibattito successivo all'episodio rischia di perdersi.
Non è stata "la Juventus" a voltarsi di spalle.
Non è stata "la tifoseria juventina" nella sua interezza.
È stata una parte del pubblico, concentrata soprattutto nei settori della Curva Sud. Il resto dello stadio ha reagito diversamente, accompagnando il ricordo di Mazzola con un applauso.
Questa distinzione conta.
Perché una cosa è il comportamento di una parte di pseudo tifosi, un'altra è attribuire quel comportamento a una società e a decine di migliaia di persone.
E la stessa Juventus, attraverso il proprio comunicato, ha tracciato immediatamente una linea di separazione.
Ha detto, in sostanza: questo comportamento non ci rappresenta.
Ed è proprio qui che si trova il paradosso più curioso della vicenda.
La Juventus viene sanzionata perché le regole della giustizia sportiva prevedono responsabilità a carico dei club per determinati comportamenti del pubblico.
Ma nel caso specifico la società non ha cercato di difendere quei tifosi.
Non li ha giustificati.
Non ha utilizzato la rivalità con l'Inter come attenuante.
Non ha sostenuto che Mazzola non meritasse il minuto di raccoglimento.
Ha fatto esattamente il contrario.
Ha condannato il comportamento dei propri pseudo tifosi nella stessa serata in cui era avvenuto.
E questo particolare dovrebbe avere un peso nella discussione sulla responsabilità.
Perché se la società avesse organizzato o incoraggiato quel comportamento, il discorso sarebbe completamente diverso.
Se la Juventus avesse ufficialmente trasformato quel momento in una provocazione, allora sarebbe difficile distinguere il club dai suoi sostenitori.
Ma è successo l'opposto.
La società ha preso le distanze.
Ed è qui che il caso Mazzola apre una discussione che va oltre la Juventus.
Se quei tifosi sono identificabili, se esistono immagini e strumenti per ricostruire quello che è successo, perché la responsabilità non dovrebbe ricadere prima di tutto su chi ha compiuto materialmente il gesto?
È una questione di principio.
Una società può essere responsabile dell'organizzazione dello stadio. Può dover garantire la sicurezza. Può dover intervenire contro comportamenti vietati. Può dover collaborare con le autorità.
Ma una cosa è questo.
Un'altra è pretendere che una società sappia in anticipo cosa decideranno di fare migliaia di persone presenti sugli spalti.
Nessun club può conoscere preventivamente ogni intenzione individuale.
E soprattutto nessun club può impedire un comportamento che, fino al momento in cui viene compiuto, non sa che qualcuno abbia intenzione di mettere in atto.
È la domanda più scomoda.
Perché la Juventus non si è limitata a prendere atto dell'accaduto. Ha pubblicamente affermato che nessuna rivalità può giustificare quella mancanza di rispetto.
Il club ha quindi riconosciuto la gravità del gesto e ha preso una posizione opposta rispetto a quella della parte di Curva che aveva scelto di voltarsi.
È una circostanza che non cancella la responsabilità prevista dalle regole sportive.
Ma pone un problema di natura diversa: la responsabilità prevista dal regolamento coincide sempre con la responsabilità morale e concreta per ciò che è accaduto?
Sono due piani differenti.
La Juventus può essere sanzionata perché il regolamento prevede che la società risponda del comportamento dei propri sostenitori.
Ma questo non significa necessariamente che la Juventus abbia voluto quel comportamento.
E nel caso Mazzola, i fatti raccontano proprio questo: una parte del pubblico ha compiuto il gesto, mentre il club lo ha condannato.
Non è stato soltanto il comunicato della società.
Dopo la partita, Luciano Spalletti ha definito la questione come qualcosa su cui bisogna fare attenzione, sottolineando la necessità di non compiere scelte che vadano contro la sportività e spiegando di non conoscere le ragioni del comportamento di quei tifosi.
Anche questo contribuisce a delineare una situazione nella quale il club e la squadra non sembrano aver riconosciuto quel gesto come una manifestazione accettabile della propria identità.
E allora torna la domanda iniziale.
Cosa ne sapeva la Juventus?
Prima della partita, evidentemente, non abbiamo elementi per sostenere che la società sapesse che una parte dei tifosi avrebbe reagito in quel modo.
Dopo la partita, invece, sappiamo che il club ha condannato immediatamente quanto accaduto.
Questa è la parte concreta della vicenda.
Una cosa, però, deve essere chiara.
La rivalità tra Juventus e Inter appartiene alla storia del calcio italiano. Fa parte del gioco, della passione e anche della cultura del tifo.
Ma esistono momenti nei quali la rivalità deve fermarsi.
Un minuto di raccoglimento per ricordare una leggenda del calcio italiano è uno di questi.
Mazzola non era soltanto un simbolo dell'Inter. Era una figura della storia del calcio italiano e della Nazionale.
Per questo il comportamento di quei pseudo tifosi non può essere difeso in nome della rivalità.
Ma proprio perché quel gesto non può essere difeso, bisogna anche evitare un'altra semplificazione: quei tifosi non sono la Juventus e non sono tutta la tifoseria juventina.
Sono una parte del pubblico che ha compiuto una scelta precisa.
Alla fine, dunque, la Juventus paga 10mila euro.
La cifra, evidentemente, non cambia la stagione della squadra.
Ma il punto non è economico.
Il punto è capire quale debba essere il confine della responsabilità di una società sportiva.
Perché nel caso Mazzola abbiamo una sequenza piuttosto chiara: una parte di tifosi compie un gesto irrispettoso, il resto dello stadio si dissocia attraverso l'applauso, la società prende posizione nella stessa serata e condanna pubblicamente quanto accaduto.
Eppure a pagare è il club.
È qui che il caso diventa interessante.
Non per assolvere quei tifosi. Non per minimizzare quello che hanno fatto. E nemmeno per mettere in discussione il valore del ricordo di Mazzola.
Ma per porsi una domanda sul futuro del calcio: se è possibile individuare chi compie un gesto del genere, non sarebbe più coerente che la responsabilità ricadesse soprattutto sui singoli, invece di trasferirsi automaticamente sulla società?
La Juventus ha pagato.
Ma quella sera, almeno su una cosa, il club era stato chiarissimo: quei comportamenti non rappresentavano la società e non potevano essere giustificati dalla rivalità.
E forse è proprio da questa contraddizione che bisognerebbe ripartire per discutere di responsabilità nel calcio.