21 Sep, 2026 - 16:54

Nessuno ci crede che si arriverà fino alla fine della legislatura: perché i parlamentari sono già convinti che si voti in primavera

Nessuno ci crede che si arriverà fino alla fine della legislatura: perché i parlamentari sono già convinti che si voti in primavera

"Finché avrò una maggioranza io vado avanti, voglio arrivare fino a scadenza naturale". Le parole pronunciate dalla premier in conferenza stampa avrebbero dovuto rassicurare la maggioranza. L'effetto, però, è stato l'opposto: nei corridoi di Montecitorio e Palazzo Madama non ci crede praticamente nessuno. La truppa parlamentare, quella delle seconde file, si prepara già mentalmente al voto in primavera, quasi con un misto di rassegnazione e calcolo.

I peones, il vero termometro della data delle urne

Se si vuole capire davvero quando si andrà alle urne, conviene guardare a chi rischia di più nella composizione delle liste: i parlamentari di prima nomina e quelli eletti nella legislatura precedente, quando il centrosinistra si presentò diviso. Sono loro i più esposti a un'eventuale sforbiciata, ed è naturale che il loro orizzonte politico coincida con l'orizzonte del proprio scranno. Tutti, trasversalmente, vorrebbero che si votasse il più tardi possibile.

Il bollo auto come rivelatore involontario

Il via libera del governo all'esenzione sul bollo ha funzionato, tra i banchi della maggioranza, come una sorta di bagno di realtà. Tra chi accetta di parlare solo in forma anonima circola una lettura condivisa: trovare due miliardi e mezzo di euro per una misura di questo tipo non è un gesto neutro, ma il segno di chi vuole raccogliere presto i frutti politici di quella spesa. Diverso, ma altrettanto rivelatore, l'argomento di chi lavora direttamente alla riforma elettorale: con il diritto alla pensione parlamentare che matura ad aprile, sarebbe ingenuo pensare che certi calcoli non pesino sulle scelte personali dei singoli eletti, pur ribadendo piena disciplina rispetto alla linea della premier.

La partita nascosta dentro la Rai

Anche dentro la stessa maggioranza, però, cresce l'apprensione per alcuni segnali che vanno tutti nella stessa direzione. Il più significativo riguarda la riforma della governance Rai, rimessa in moto al Senato con un'accelerazione che punta al voto entro metà ottobre a Palazzo Madama, per poi passare alla Camera con l'obiettivo di chiudere entro fine anno. Da quel momento la maggioranza avrebbe la possibilità di rinnovare i vertici del servizio pubblico radiotelevisivo in modo da blindarli indipendentemente dall'esito del voto successivo. Parallela, e non meno strategica, la mossa sulla commissione di vigilanza Rai, di cui il presidente del Senato ha annunciato l'imminente ricomposizione dopo le dimissioni dei membri di opposizione, con l'assicurazione che il numero legale reggerà comunque: un organismo decisivo per la disciplina della par condicio in campagna elettorale.

I piccoli segnali che i deputati si scambiano nei corridoi

Ce ne sono altri, meno eclatanti ma altrettanto osservati dai parlamentari più attenti. Il collaboratore social più stretto della premier ha lasciato l'incarico istituzionale ma ha già fatto sapere che continuerà a lavorare per lei, il che secondo più di un deputato significa una cosa sola: si prepara la campagna elettorale. A questo si aggiunge il rientro in scena, in un ruolo strategico legato a un editore vicino al centrodestra, di un altro nome storico della comunicazione. Le opposizioni, dal loro osservatorio, hanno già pronta la lettura: la premier sosterrà che con il voto a settembre diventerebbe complicato scrivere la prossima legge di bilancio, per poi mostrarsi disponibile a un election day con le amministrative di maggio. Una narrazione costruita apposta per risultare convincente anche al Quirinale.

Il fronte interno ancora da convincere

Restano da persuadere, semmai, gli alleati di coalizione, che continuano a professarsi fedeli all'ipotesi di scadenza naturale. Ma la stessa maggioranza osserva che, se la crescita del generale in proprio dovesse proseguire senza freni, potrebbero essere proprio loro, a un certo punto, a chiedere di correre alle urne il prima possibile.

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