Siamo certi che l’amore sia un sentimento così altruistico? Anche i più grandi pensatori della storia si sono interrogati a lungo sul tema. Nel Simposio di Platone, Aristofane racconta il celebre mito secondo cui ogni essere umano sarebbe alla ricerca della propria metà perduta: amare, in questa prospettiva, significa ambire inconsciamente di ricomporre un’unità originaria. Ma nel dialogo Platone presenta inoltre, attraverso Socrate e Diotima, una concezione più complessa: l’amore nasce dalla mancanza e dal desiderio di ciò che riconosciamo come capace di completarci. Nietzsche, invece, mette in discussione l’idea di un amore completamente disinteressato. Dietro il sentimento per l’altro possono nascondersi possessività, bisogno di appropriazione e ricerca di qualcosa che riguarda noi stessi. Freud, il padre della psicanalisi, nel saggio Introduzione al narcisismo (1914), mostra quanto la scelta della persona amata spesso sia legata alla nostra immagine: possiamo vedere nell’altro una proiezione di noi o di ciò che vorremmo essere, oppure ritrovare in lui qualcosa delle figure che ci hanno accudito durante l’infanzia.
Ma al di là del sentimento romantico, questi concetti possono essere applicati anche ai rapporti di altra natura? Ad esempio, a quello tra genitore e figlio? Nella fiaba esopica La scimmia e i suoi due figli una scimmia è madre di due cuccioli. Ma il suo affetto non è commisurato in egual modo per entrambi; ne ama smodatamente uno e l’altro lo disprezza. Un giorno, però, stringendo a sé con troppa forza il figlio più amato involontariamente lo soffoca, finendo per ucciderlo. Ed è da questa favola che il regista Tommaso Landucci ha preso ispirazione per il suo primo lungometraggio di finzione, in particolare per il titolo I figli della scimmia.
Dario (Riccardo Scamarcio) è un uomo di mezza età che sembra essere silenziosamente perseguitato dall’insoddisfazione. È sposato con Ginevra (Lidiya Liberman) e lavora come perito assicurativo al fianco del fratello Roberto (Fausto Russo Alesi). L’esistenza di Dario a una prima occhiata incarna alla perfezione il concetto di ordinarietà medio borghese, la rappresentazione della normalità. Ma lui e Ginevra sono genitori di un bambino affetto da una grave disabilità psicomotoria. Enrico (Andrea Aggio) non parla, non cammina e non è in grado di essere autosufficiente. Dario sembra amare moltissimo suo figlio, ma un giorno inizia a stringere un rapporto particolarmente affiatato con il nipote tredicenne Giacomo (Tancredi Naldini). Questo legame, che si farà via via sempre più intenso, metterà in crisi quello tra Dario ed Enrico.
La sceneggiatura del film è stata scritta dallo stesso Landucci insieme allo scrittore e sceneggiatore italotedesco Damiano Femfert. Il progetto è nato nel 2020 e nel 2021 ha vinto il Premio Franco Solinas per la Miglior Sceneggiatura. La caratteristica che già dalle prime scene salta subito all’occhio è l’ampia predisposizione registica di Tommaso Landucci nel porre l’accento sui gesti che raccontano il quotidiano, tutto ciò che è ordinario, ma non per questo banale. Il regista entra diretto, ma in punta di piedi, nell’intimità dei suoi personaggi: dalla condivisione degli spazi in un bagno, alle conversazioni casalinghe tra parenti in un pranzo della domenica, all’olio che soffrigge in una pentola per uno spaghetto a tarda sera. Per fare questo ha scelto un formato particolare, il 4:3 per creare delle immagini quasi quadrate e tagliare gran parte del contorno, per rimanere centrato sui protagonisti.
A parer mio, questo rappresenta anche quanto i personaggi dell’opera siano tutti un po’ incentrati su loro stessi e sulla proiezione di sé. Dario vorrebbe un figlio che diventasse quel che lui non è stato capace di essere fino in fondo e che Enrico non potrà mai incarnare. Ginevra vorrebbe che il nucleo familiare assorbisse tutti e tre, rimanendo sospesi in una bolla isolata. Roberto vorrebbe un figlio impeccabile, da esibire come un trofeo. La moglie di Roberto è troppo spaventata all’idea di perdere il proprio status per esprimere un’opinione netta e contrastare il marito. Giacomo vorrebbe un padre che gli somigliasse di più. Ogni figura di questo film appare infelice, e non tanto per il triste destino toccato ad Enrico, ma per la troppa capacità egoistica di desiderare e la totale inabilità a sognare. Gli unici due “sani” sembrano essere il nonno Enzo (Luigi Diberti), che vorrebbe godersi i nipoti e la vecchiaia scegliendo per sé, e, paradossalmente, Enrico.
La pellicola, inoltre, è inevitabile che induca a porsi delle domande che nessuno ha il coraggio di pronunciare a voce alta: la vita di una persona affetta da una disabilità, che di fatto le impedisce di esistere, ha uno scopo? Quando un essere umano non è in grado di capire, di parlare, di avere piena coscienza di quel che lo circonda, se arriva addirittura a non poter più ingerire cibo e va alimentato con una sonda, tutto questo lo si può davvero definire vivere? In tal senso I figli della scimmia sposta il punto di vista dello spettatore da una visione d’insieme di quella che dovrebbe essere l’esistenza umana inducendolo a soffermarsi sull’attimo, sui piccoli momenti, sul qui e ora. Una risata fragorosa durante un bagno nella vasca, un abbraccio, una giornata buona in mezzo a tante altre infelici.
Gli esseri umani sono portati a immaginarsi istintivamente quasi come immortali: per riuscire a fugare la paura dell’ignoto si allontana l’idea della morte, proiettandosi di continuo in un futuro più o meno prossimo. E così ci si dimentica di quanto, in realtà, il trapasso possa essere vicino per ciascuno di noi, ritrovandoci a desiderare sempre di più con grande avidità. Il primo lungometraggio di finzione di Tommaso Landucci ci ricorda l’importanza che ha un affetto al di là delle necessità egoistiche e che già solo l’amore che possiamo suscitare negli altri, più che quello che gli altri suscitano in noi, rappresenta il vero significato di ogni esistenza. 4 stelle su 5.